"Tutti gli allenatori mi hanno dato qualcosa. Allora, io dico sempre che Berzot per me è stato un secondo padre; non era un uomo che sapeva solo di calcio, voleva trasmettermi dei valori. Una volta ho fatto un gol contro l'Ascoli ed ho esultato alzando le braccia in modo molto animato. Dopo quell'episodio Bearzot mi disse: 'Hai esultato troppo, perché con quel tuo gol l'Ascoli sarebbe retrocesso in Serie B. Devi portare rispetto'...
Ho anche pianto per un allenatore: Gigi Radice. Un allenatore bravo, all'avanguardia già in quegli anni. Ricordate il Torino del '76, quando vince lo scudetto? Lui si prendeva cura dei giovani e c'era un bellissimo rapporto. E quando c'è stato il cambio di proprietà da Fraizzoli a Pellegrini - i presidenti si sa, spesso portano i loro uomini - e Pellegrini aveva preso già Castagner. E quindi quando andò via Radice, ho pianto...
I cinque anni di Trapattoni sono stati i cinque anni dove il Trap mi ha fatto crescere. Veramente, è stato per me importante. Poi sono stati gli anni dove abbiamo vinto di più: uno scudetto, una Coppa UEFA, la Supercoppa. Il Trap è un grande motivatore, una persona per bene.
Ma devo tanto anche a Osvaldo Bagnoli. L'anno prima del suo arrivo, l'anno di Orrico, nel cambiamento, siamo andati un po' in difficoltà. E quindi in quell'anno lì d'estate, avevo avuto degli abboccamenti, mi ha chiamato la Roma, la Lazio e tutto quanto. Arrivo da Bagnoli e mi fa: 'Ma tu dove vuoi andare?' Ho detto: 'Mister, io non voglio andare da nessuna parte. Sono nato qua, sono all'Inter'. Perfetto, allora non vai da nessuna parte, perché per me sei il più forte." E da lì sono ripartito. Di fatti, l'anno dopo siamo arrivati secondi. Quell'anno di Bagnoli mi ha permesso di ripartire. Sai cosa c'è poi? Bagnoli tatticamente era avanti. Oggi in Italia va di moda la difesa a tre, ma noi già all'epoca facevamo difesa a tre pura, con i due esterni che spingevano e si alzavano fino ad arrivare vicino agli attaccanti. Bagnoli era questo, già allora. E poi utilizzava anche il libero in impostazione'...
E in ultimo, Gigi Simoni. Perché nel calcio, anche nella vita, credo, ti danno delle etichette. E quindi a 35 anni sei vecchio, bollito e tutte ste menate qua. E Gigi Simoni arriva e mi dice: 'Guarda, io sento di tutto qua, ma per me siete tutti uguali, da chi ha 18 anni a chi ne ha 35. Quello è il campo, chi merita gioca". E grazie a lui sono tornato a fare un Mondiale."
In questo estratto da una bella intervista per un podcast, Beppe Bergomi, ricorda il suo personale rapporto con alcuni dei più importanti allenatori avuti nel corso dei suoi 20 anni di carriera in maglia nerazzurra.

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