giovedì 16 aprile 2026

Amarcord: Ciro Ferrara

 


Ciro Ferrara: Nato a Napoli, è un ex calciatore, cresciuto nelle giovanili del Napoli, poi allenatore. In maglia azzurra colleziona, in serie A dal 1984 al 1994, 247 presenze (con 12 reti) e vince due scudetti, una Supercoppa italiana e una Coppa Uefa.


Nel 1994, per oltre nove miliardi di lire, è ceduto alla Juventus, dove continua ad essere un difensore di livello mondiale e conclude la carriera nel 2005 (253 le partite in serie A con 15 reti), conquistando anche cinque scudetti (più uno revocato), quattro Supercoppe italiane, una Champions League e una Coppa Intercontinentale.


Con 500 presenze (in 21 stagioni) è al diciottesimo posto nella classifica delle presenze in serie A di tutti tempi. Per la sua partita di addio al calcio, scendono in campo il Napoli dei due scudetti e i campioni d'Italia della Juventus, richiamando al San Paolo Diego Armando Maradona e 70.000 spettatori.


In Nazionale arriva a 20 anni e totalizza 49 presenze. Partecipa ai Mondiali del 1990, con una sola presenza proprio nella finale vinta per il terzo posto, e agli Europei del 1988 e del 2000, quando a 33 anni gioca l'ultima volta contro la Svezia.


La sua prima panchina è quella della Juventus (per un anno a partire dal maggio 2009) poi quella dell'U21, guidata nelle qualificazioni all'Europeo di categoria. Nel campionato 2012/13, dopo 17 giornate è esonerato dalla Sampdoria. In seguito diventa commentatore televisivo. È il tecnico del Wuhan Zall, società del secondo campionato cinese, da luglio 2016 a marzo 2017.

giovedì 9 aprile 2026

Amarcord: Giuseppe Bergomi

 


"Tutti gli allenatori mi hanno dato qualcosa. Allora, io dico sempre che Berzot per me è stato un secondo padre; non era un uomo che sapeva solo di calcio, voleva trasmettermi dei valori. Una volta ho fatto un gol contro l'Ascoli ed ho esultato alzando le braccia in modo molto animato. Dopo quell'episodio Bearzot mi disse: 'Hai esultato troppo, perché con quel tuo gol l'Ascoli sarebbe retrocesso in Serie B. Devi portare rispetto'...

Ho anche pianto per un allenatore: Gigi Radice. Un allenatore bravo, all'avanguardia già in quegli anni. Ricordate il Torino del '76, quando vince lo scudetto? Lui si prendeva cura dei giovani e c'era un bellissimo rapporto. E quando c'è stato il cambio di proprietà da Fraizzoli a Pellegrini - i presidenti si sa, spesso portano i loro uomini - e Pellegrini aveva preso già Castagner. E quindi quando andò via Radice, ho pianto...
I cinque anni di Trapattoni sono stati i cinque anni dove il Trap mi ha fatto crescere. Veramente, è stato per me importante. Poi sono stati gli anni dove abbiamo vinto di più: uno scudetto, una Coppa UEFA, la Supercoppa. Il Trap è un grande motivatore, una persona per bene.
Ma devo tanto anche a Osvaldo Bagnoli. L'anno prima del suo arrivo, l'anno di Orrico, nel cambiamento, siamo andati un po' in difficoltà. E quindi in quell'anno lì d'estate, avevo avuto degli abboccamenti, mi ha chiamato la Roma, la Lazio e tutto quanto. Arrivo da Bagnoli e mi fa: 'Ma tu dove vuoi andare?' Ho detto: 'Mister, io non voglio andare da nessuna parte. Sono nato qua, sono all'Inter'. Perfetto, allora non vai da nessuna parte, perché per me sei il più forte." E da lì sono ripartito. Di fatti, l'anno dopo siamo arrivati secondi. Quell'anno di Bagnoli mi ha permesso di ripartire. Sai cosa c'è poi? Bagnoli tatticamente era avanti. Oggi in Italia va di moda la difesa a tre, ma noi già all'epoca facevamo difesa a tre pura, con i due esterni che spingevano e si alzavano fino ad arrivare vicino agli attaccanti. Bagnoli era questo, già allora. E poi utilizzava anche il libero in impostazione'...
E in ultimo, Gigi Simoni. Perché nel calcio, anche nella vita, credo, ti danno delle etichette. E quindi a 35 anni sei vecchio, bollito e tutte ste menate qua. E Gigi Simoni arriva e mi dice: 'Guarda, io sento di tutto qua, ma per me siete tutti uguali, da chi ha 18 anni a chi ne ha 35. Quello è il campo, chi merita gioca". E grazie a lui sono tornato a fare un Mondiale."
In questo estratto da una bella intervista per un podcast, Beppe Bergomi, ricorda il suo personale rapporto con alcuni dei più importanti allenatori avuti nel corso dei suoi 20 anni di carriera in maglia nerazzurra.

martedì 7 aprile 2026

Complimenti Antonio Conte!

 


E anche stasera senza Hojlund.

Con Lukaku ormai fuori rosa.
Senza Rrahmani e Vergara.
E non possiamo dimenticare i lungodegenti Neres e Di Lorenzo.
Ha battuto il Milan per 1 a 0.
E ci sentiamo di dire che la vittoria è meritata.
Perché il Napoli ha creato di più.
Raggiunto il secondo posto in classifica.
I punti di distacco dall'Inter restano sette, sono tanti se si considera che mancano solo sette giornate.
Soprattutto perché entrambe le squadre non hanno più impegni europei.
Immaginate un Napoli senza infortuni.
Probabilmente staremmo raccontando un'altra stagione.
Staremmo parlando di un'altra storia.
Questo allenatore nel nostro campionato fa assolutamente la differenza.
E c'è un altro dato che bisogna raccontare.
Con stasera sono undici le volte che sfida Massimiliano Allegri.
Ha vinto sette partite.
Due sono i pareggi e due le sconfitte.
Praticamente quando affronta il tecnico livornese è una sentenza.
Complimenti mister Antonio Conte...

martedì 31 marzo 2026

Karl-Heinz Schnellinger

 


Karl-Heinz Schnellinger: Sempre in difesa, tanto da non segnare in 222 partite in serie A, indossando le maglie di Mantova, Roma e Milan, dal 1963 al 1974. Nato a Düren (in Germania) è un ex calciatore, che nelle 47 presenze in Nazionale realizza una sola rete, però passata alla storia.


Mondiali di Messico 1970, semifinale Germania Ovest - Italia, la partita del secolo. Quasi al termine del secondo tempo, gli azzurri sono in vantaggio, grazie ad un gol di Boninsegna, ma Schnellinger va in rete di destro in spaccata, mandando tutti ai supplementari, durante i quali matura il risultato di 4 a 3 per l'Italia, che così vola in finale con il Brasile.


Dopo il secondo posto di quattro anni prima in Inghilterra, Karl-Heinze e compagni devono accontentarsi del bronzo. Con il Milan conquista invece: uno scudetto (67/68), tre Coppe Italia, due Coppe delle Coppe, una Coppa dei Campioni (68/69) e una Coppa Intercontinentale (1969).

Muore all'Ospedale san Raffaele di Milano il 20 maggio 2024.

sabato 28 marzo 2026

Amarcord: Ferruccio Valcareggi


 E’ venerdì 27 maggio 1977, siamo a Veronello dove si allena la Nazionale di Enzo Bearzot in vista della partita successiva. L’8 giugno ci giochiamo infatti un pezzo di qualificazione ad Argentina ’78 nella trasferta di Helsinki. A vedere gli azzurri quel giorno ci sono tremila persone festanti. In teoria gli azzurri non dovrebbero allenarsi col pallone, solo parte atletica. Ma alcuni bambini buttano dentro un pallone e finisce così: due palleggi tra grandi e piccini. Si scherza, si ride. Poi dalla massa del pubblico salta fuori una figura conosciuta . La sua faccia si avvicina, è un amico, anzi quell’ amico e i ragazzi di Bearzot vanno a salutarlo.

E’ l’allenatore dello splendido Verona che quell’anno in serie A si è piazzato settimo ed è il commissario tecnico campione d’Europa ’68 e vicecampione del Mondo ’70 con l’Italia: è Ferruccio Valcareggi.
Che ci fa qui ? Nostalgia? “Beh, quando vedo questi ragazzi, quando vedo queste maglie azzurre, sento sempre qualcosa dentro. E poi il presidente della Repubblica rimane in carica sette anni, mentre io ho resistito otto….. “. Come finirà Finlandia-Italia ? “Vinceremo nettamente”.
Scusi, lei la vedrà? “Certo, sto partendo per una vacanza con mia moglie. Andiamo a Helsinki”.
Questo è l’amore.
A proposito l’8 giugno a Helsinki andrà così: Finlandia-Italia 0-3. Aveva ragione Valcareggi.
Sapete 3 anni prima cosa aveva fatto? Era stato sostituito dopo la delusione di Germania ’74, ma nell’incontro segreto per il passaggio di consegne, aveva chiesto e ottenuto da Fulvio Bernardini un impegno : confermare Enzo Bearzot (Nazionale under ’23) e Azeglio Vicini (Nazionale under ’21).
Si fidava di loro. Ferruccio Valcareggi, cercatelo alla voce uomini di calcio .

giovedì 26 marzo 2026

Amarcord: Ruud Krol

 


"Quei quattro anni passati a Napoli sono stati i più belli della mia carriera. Più belli anche di quelli del calcio totale perché la passione e l’ambiente che ho trovato in Italia erano del tutto nuovi per me. Sono rimasto folgorato. Avevo parlato con Bearzot prima di arrivare e anche con Tardelli, Rossi e Cabrini. Credevo di sapere cosa aspettarmi, ma Napoli era qualcosa di ancora più grande."

Ad inizio degli anni '80, quando dopo anni di autarchia la FIGC decise di riaprire le frontiere, consentendo ai club di Serie A di acquistare un solo straniero, all'ombra del Vesuvio arrivò un calciatore capace, ancor prima dell'avvento di Maradona, di infiammare i cuori dei tifosi. Prelevato inizialmente con la formula del prestito dai canadesi del Vancouver Whitecaps con una gran mossa del DG Antonio Juliano, a Napoli giunse il trentunenne Ruud Krol, difensore olandese per anni colonna portante dell'Ajax di Cruijff, Haan e Neeskens.
Chi pensava che il tulipano fosse sbarcato in Italia per svernare e per godere delle bellezze della penisola, dovette ben presto ricredersi: Krol era un difensore elegante, dalla classe cristallina, dotato di una spiccata intelligenza tattica che gli consentiva di leggere in anticipo l’evoluzione delle azioni e le giocate degli avversari. Fascia di capitano al braccio, col pallone tra i piedi avviava e dirigeva tutte le azioni della squadra e deliziava il pubblico con lanci di 60/70 metri che, come per magia, finivano la loro corsa sui piedi dei compagni. La sua presenza, nelle quattro stagioni di permanenza in Italia, fece di un discreto Napoli una squadra ambiziosa, capace di contendere lo scudetto alla Juve del Trap ed alla Roma di Falcao.
In definitiva possiamo affermare che la dimensione nobile che il Napoli ha conosciuto negli anni irripetibili di Diego, la presidenza di Ferlaino ha cominciato a seminarla quando ha portato un fuoriclasse come Krol a calpestare l’erba del San Paolo.

martedì 24 marzo 2026

Amarcord: Maradona

 


Diego Maradona è stato molto di più di un semplice calciatore, di un immenso calciatore. Le sue dichiarazioni ai giornalisti lo fecero diventare un vero e proprio personaggio. Soprattutto il suo vivere sopra le righe, i trionfi e le cadute. Le innumerevoli resurrezioni lo hanno fatto diventare nella sua epoca forse la persona, il personaggio più famoso al mondo. Non secondaria è stata la sua immensa classe. Un vero prodigio della natura, capace di realizzare goal spettacolari, e di diventare in campo leader carismatico sia del Napoli che della nazionale argentina. Con i partenopei riuscì a vincere due storici scudetti, una coppa Italia, una coppa Uefa e una supercoppa. Due secondi e un terzo posto. Fu anche capocannoniere nella stagione 1987-88, quella dello scudetto perso in favore del Milan di Sacchi e di Berlusconi. Tante sono state le sue cadute per colpa della droga, ma tante anche le risurrezioni. Fu magico campione del mondo nel 1986 in Messico con 5 reti segnati. Magistrale quella realizzata contro l'Inghilterra nei quarti di finale, scartando abilmente 6 uomini portiere compreso. 


Diego Armando Maradona era nato a Buenos Aires il 30 ottobre 1960 nella cittadina di Villa Fiorito, uno slum sobborgo a Sud de la Gran Buenos Aires. Il “fiorito” di quel nome esprimeva forse più una speranza augurale che non la rappresentazione della realtà di quel luogo simile ad una favela, ad una baraccopoli malsana che ben poco aveva di “fiorito”… e pare che ancora oggi sia cosi!
Tuttavia, anche in un mondo povero, dove la strada, magari neppure asfaltata, è la sala giochi per bambini e ragazzi ed il palcoscenico della vita quotidiana, può accadere un fatto straordinario. Per Villa Fiorito il fatto straordinario si è chiamato Diego Armando: il ragazzino che, senza scarpe, ma con la magia nei piedi ha avuto il dono e la capacità di incantare il mondo, facendo diventare il pallone “musica e magia”.
Rincorrendo il pallone in quelle vie polverose, dove gli amici diventavano gli avversari, quel “pibe”, che faceva apparire e scomparire il pallone come un giocoliere, fu notato da chi frequentava il mondo del calcio e, con l’ingaggio nella squadra de “Los Cebollitas”, i più giovani dell’Argentinos Juniors, iniziò la sua carriera. Con l’ingresso nell’Argentinos Juniors i giornali del momento iniziarono la creazione del mito “Pibe de oro”.
A 16 anni venne inserito nella Squadra Nazionale Argentina, ma l’allora commissario tecnico e allenatore Menotti lo ritenne troppo giovane e immaturo per un esordio ai Campionati del Mondo del 1978, sollevando critiche e disapprovazione dei giornali e del mondo calcistico argentino. Ma il cuore dell’Argentina batteva per lui!
Fu però convocato nella “giovanile” per il campionato delle nazioni e, con la sua già allora straordinaria maestria, fece vincere alla propria squadra il campionato.


Dal 1978 al 1982, nel Boca Junior, Diego Armando diede dimostrazione di una classe che lo fece paragonare al grande Pelé, all’anagrafe Edison Arantes do Nascimento, nato nel 1940 e considerato, non solo in Brasile sua patria, ma nel mondo come il più grande calciatore di tutti i tempi tanto da esser detto “o rei do futebol” o “la perla nera”.
Ma negli anni della buia dittatura argentina, el Pibe de Oro era fortemente sostenuto anche dalla Giunta Militare che governava il Paese e utilizzava i successi del calcio a favore dell’immagine pubblica della Nazione. Nel 1978, mentre le madri dei desaparecidos tentavano di portare le prove della scomparsa dei loro figli ai Delegati stranieri della Commissione per i Diritti Umani, la Plaza de Mayo si riempiva di tifosi, lavoratori e studenti ai quali era stato concesso un giorno di vacanza per festeggiare e rendere omaggio alla Nazione vittoriosa per grande merito di Maradona nel Campionato Mondiale di Calcio tenutosi a Tokyo! Sulle reti radiotelevisive argentine il campione ringraziò la nazione per il grandissimo e caloroso sostegno e affetto manifestati.
Per il Governo il calcio era un ingrediente della strategia politica, tanto che anche in tempi successivi, durante la guerra delle Falkland, la televisione argentina, fortemente controllata dalla Giunta, sostenne la campagna di invasione delle isole con le immagini trionfali della vittoria ai Mondiali di Calcio del 1978!
Nel 1982, per i mondiali in Spagna, il Boca, nonostante alcuni goal realizzati da Maradona, risultò nel contesto una squadra scadente. Il campione venne proprio in quell’anno acquisito dal Barcellona, per la cifra di sette miliardi delle vecchie lire italiane. Restò con la squadra fino al 1984.
Nel Barcellona poté giocare solo 36 partite in due anni, a causa dell’infortunio, procuratogli dal calciatore dell’Athletic Bilbao Mauro Goicoechea, in cui Maradona si fratturò la caviglia sinistra e i legamenti e, purtroppo, come scriverà in una sua biografia del 2000, proprio in quegli anni si avvicinò al mondo della cocaina.

Nonostante l’evento negativo dell’infortunio, il Presidente del Napoli Ferlaino, con una offerta da capogiro di tredici miliardi di lire al Barcellona, riuscì a portare Maradona al Napoli. Era il 1984 e Maradona rimase al Napoli fino al 1991.
Napoli, come lui stesso ha detto tante volte, divenne la sua seconda patria, che lo accolse con grande calore e smisurato affetto del pubblico, che lo osanna tutt’ora come mai è successo per nessuno. La stessa città che, però, seppe servirgli su di un piatto d’argento amicizie interessate, intrecci con la malavita, boss della camorra!
Di questo, al momento e forse anche senza che lui stesso ne fosse pienamente consapevole, risentì la sua vita privata e famigliare.
Così trovarono spazio le relazioni con molte donne, l’intromissione della famiglia d’origine, ormai trasferitasi al completo a Napoli, gli allontanamenti temporanei di Claudia Villafane, la moglie che era stata la sua fidanzatina fin dalla prima giovinezza, la nascita di un figlio fuori dal matrimonio e riconosciuto ufficialmente solo nel 2007!
Mentre giocava per il Napoli venne convocato dall’Argentina per il Campionato Mondiale del1986 in Messico. Segnò cinque reti e fece assist ai compagni per altre 5 reti, vedendosi riconosciuto il titolo di “miglior calciatore” di quel Mondiale.


Nel 1987 Maradona conobbe Fidel Castro, col quale strinse un’amicizia profonda e ricambiata, al punto che nel 2000, uno dei periodi più bui del suo rapporto con le droghe, fu il leader cubano ad ospitarlo nella Clinica La Pedrera de L’Avana per aiutarlo nella disintossicazione da cocaina. Maradona non mancò mai di esprimere la propria gratitudine a Fidel. Nel 1987 il Napoli vinse lo scudetto nel Campionato italiano e nel 1990 la squadra trainata da Maradona conquistò la Super Coppa Italiana.
Dal 1990 al 1991 Diego Armando fu per l’ultimo anno al Napoli, al quale fece conquistare la Super Coppa Italiana ai danni della Juventus, vincendo la partita con cinque gol contro uno.
Incominciò per lui il periodo discendente, con un anno e mezzo di squalifica per doping, dopo il quale tornò in Spagna per giocare nel Siviglia; poi di nuovo in Argentina al New Well’s Old Boys e in Nazionale Argentina nel 1993.
Concluse la sua carriera di calciatore nel 1993 giocando per la sua prima squadra il Boca Junior.
Di quello che è accaduto dopo: la droga, i problemi fiscali con l’Italia, la vita famigliare a pezzi, la salute perduta hanno parlato tutti i giornali!



Amarcord: Ciro Ferrara

  Ciro Ferrara: Nato a Napoli, è un ex calciatore, cresciuto nelle giovanili del Napoli, poi allenatore. In maglia azzurra colleziona, in se...