domenica 7 giugno 2026

Amarcord: Verona campione d'Italia 1984-85

 


C’è un’Italia che non esiste più, un calcio in bianco e nero che sfumava nei primi colori accesi della televisione commerciale, un mondo dove la nebbia profumava di fumo di pipa e i sogni non avevano bisogno di algoritmi per diventare carne, sangue e miracolo. C’era una volta, e non ci sarà mai più, la stagione millenaria del Verona 1984-85, l’anno in cui il destino decise di girarsi dall'altra parte, di ignorare i palazzi del potere calcistico, le maglie strisciate, i miliardi del nord e le piazze passionali del sud, per posare la sua corona d'alloro sulla testa di una provinciale nobile, testarda e bellissima. Osvaldo Bagnoli guidava quella ciurma con il silenzio dei giusti, la dignità operaia della Bovisa impressa nelle rughe della fronte e quel modo di fare calcio che sembrava geometria applicata alla vita di tutti i giorni. Non c'erano schemi da lavagna elettronica, c'era l'intuizione pura di un barman che sa esattamente come miscelare gli ingredienti perché il cocktail sia perfetto, immortale.Tutto cominciò in una domenica di settembre sospesa nel tempo, quando al Bentegodi arrivò il Napoli di Diego Armando Maradona, il messia appena sbarcato da una nave di speranze. Il mondo intero guardava Diego, ma il campo scelse il Verona. Finì tre a uno, una sinfonia di concretezza e furore, con Hans-Peter Briegel, il panzer arrivato dall'atletica leggera, che stringeva i denti, arava l'erba e spingeva in rete un pallone che sapeva già di promessa solenne. Briegel era una forza della natura prestata al centrocampo, un gigante buono che non conosceva la fatica, capace di difendere l'area di rigore e un attimo dopo di trovarsi nell'area avversaria a frantumare le certezze dei portieri. Accanto a lui, con la grazia aristocratica di chi è capitato lì per caso ma decide di dominare la scena, c’era Preben Elkjær Larsen, il cavallo pazzo di Copenaghen. Elkjær era l’antidivo per eccellenza: fumava un pacchetto di sigarette al giorno, amava la vita notturna, ma quando partiva palla al piede sembrava un elemento primordiale, un incendio impossibile da domare. La sua notte più luminosa, quella che è rimasta scolpita nella pietra della memoria collettiva, fu contro la Juventus. Elkjær ricevette palla sulla sinistra, saltò i difensori bianconeri come birilli, perse la scarpa destra in un contrasto ma non si fermò. Continuò la sua corsa scalzo, con la calza bianca che accarezzava il prato, e con il piede nudo scagliò in rete il gol del due a zero. In quel momento, in quell'estasi senza scarpa, tutta Italia capì che quella squadra stava sfidando le leggi della fisica e del buon senso.Dietro la fiammata dei danesi e la potenza dei tedeschi, c'era l'architettura perfetta di un gruppo di italiani che l'album delle figurine Panini ricorderà per sempre. Claudio Garella in porta, l'uomo che parava con i piedi, con le ginocchia, con la pancia, sbeffeggiando i puristi della parata plastica per diventare semplicemente insuperabile, un muro umano contro cui si infrangevano i sogni altrui. In difesa, il capitano Roberto Tricella comandava la linea con l'eleganza di un libero d'altri tempi, geometrico, pulito, mai fuori posto, supportato dalla rude e commovente dedizione di Silvano Fontolan e dalla freschezza di un giovane e insaziabile Luciano Marangon. A centrocampo, l'intelligenza di Domenico Volpati, il calciatore-medico che correva per tre e capiva il gioco prima degli altri, si sposava con la fantasia di Pietro Fanna, l'ala dalle gambe magre e dal dribbling secco che sulla fascia destra creava il panico, rigenerato da Bagnoli dopo gli anni difficili a Torino. E poi c’era Giuseppe Galderisi, "Nanu", una scheggia impazzita in area di rigore, piccolo, rapido, letale, capace di segnare undici gol pesanti come macigni, supportato dal lavoro oscuro e preziosissimo di Franco Turchetta.La cavalcata fu un diario di viaggio scritto con l'inchiostro della sofferenza e della lucidità. Ci fu la vittoria di Udine, un cinque a tre pirotecnico che dimostrò come il Verona sapesse anche indossare l'abito del grande attaccante, e la notte di San Siro contro il Milan, uno zero a zero d'acciaio dove si capì che la squadra non aveva paura del palcoscenico più grande. Ogni domenica era una tessera di un mosaico che si componeva da sola. Quando il campionato entrò nel vivo dell'inverno e la stanchezza poteva tagliare le gambe, la banda Bagnoli rispose con la forza del collettivo. Non c'erano riserve imbronciate, c'era un gruppo di soli diciassette giocatori che si divideva il pane e la fatica. La vittoria a Roma contro i giallorossi, firmata da un gol storico di Elkjær, fu il passaggio di consegne definitivo tra i vecchi padroni del campionato e i nuovi ribelli della provincia. Il Verona non era una meteora che si spegneva alle prime luci dell'alba; era una macchina da guerra mossa da una poesia silenziosa, quella del lavoro ben fatto.Il traguardo si materializzò il 12 maggio 1985, a Bergamo. Una giornata calda, carica di un'attesa che toglieva il respiro a un'intera provincia. Bastava un punto contro l'Atalanta per toccare il cielo. L'Atalanta passò in vantaggio, e per un attimo il fantasma del dubbio alitò sugli spalti gremiti di tifosi gialloblù arrivati in treno, in auto, a piedi. Ma quella squadra non poteva cadere sul più bello. Nella ripresa, un pallone vagante in area venne arpionato da Elkjær, che lo scaricò dietro per l'accorrente Maurizio Iorio, l'uomo del destino per un giorno, il cui tiro cross si trasformò nell'assist per il diagonale rasoterra di piattone destro di Galderisi, o forse fu una traiettoria sporca, non importa, perché il pallone gonfiò la rete per l'uno a uno definitivo. Al fischio finale dell'arbitro, il campo venne sommerso da un'ondata d'amore. Osvaldo Bagnoli si avviò verso gli spogliatoi con le mani in tasca, gli occhi lucidi e il passo calmo di chi ha appena finito il proprio turno in fabbrica, avendo però regalato alla storia la più grande favola del calcio moderno. Quello scudetto non fu solo una vittoria sportiva; fu l'ultimo romantico sussulto di un calcio che apparteneva alla gente, dove i sogni non si compravano al mercato ma si costruivano nello spogliatoio, una domenica alla volta, scalzi e fieri contro il mondo.

Amarcord: Claudio Vinazzani

 


Amarcord: Claudio Vinazzani

C’era un calcio che non chiedeva il permesso ai computer, un calcio cucito a mano con il filo grezzo della fatica, e in quel calcio camminava Claudio Vinazzani. Non correva soltanto: arava il vento. Immaginalo come un marinaio di terraferma lanciato nel labirinto del San Paolo, un gigante silenzioso venuto dal mare di Carrara per ormeggiare il cuore nel golfo più instabile del mondo. Non aveva la grazia effimera dei poeti da salotto, ma possedeva la poesia assoluta e furente dei motori accesi nella notte, la bellezza geometrica di chi recupera un pallone impossibile e lo trasforma in un pezzo di pane per i compagni.Quando Vinazzani calpestava l'erba di Fuorigrotta, il fumo delle sigarette sugli spalti sembrava fermarsi a guardare. Era l’epoca in cui la maglia azzurra pesava come un’armatura di piombo, eppure lui la faceva fluttuare con una dignità d'altri tempi, come una vela tesa nella tempesta. Non cercava la copertina, cercava l'anima del gioco. In un Napoli che oscillava tra il sogno e la polvere, Claudio era la certezza, il battito cardiaco regolare dentro una città che viveva di aritmie emotive. C’era qualcosa di profondamente surreale in quel suo modo di essere ovunque, un’ubiquità mistica che faceva pensare che i Vinazzani in campo fossero due, o forse tre, tutti con lo sguardo fiero e i polmoni gonfi di scirocco. I suoi tackle non erano semplici interventi difensivi; erano dichiarazioni d'amore, atti di resistenza poetica contro la gravità e contro gli avversari che tentavano di violare il tempio.La sua grandezza stava proprio in questo: nell’essere immenso senza mai fare rumore, un pilastro invisibile eppure monumentale su cui una città intera poggiava le proprie speranze domenicali. Chi lo ha visto giocare ricorda una luce strana che lo seguiva, la luce di chi non gioca per la gloria effimera dei titoli di giornale, ma per onorare il sudore e la terra. Vinazzani era il custode delle chiavi del centrocampo, l'uomo che sussurrava al pallone quando la partita diventava una rissa di nervi e fango. Ha lasciato un’impronta invisibile e per questo eterna, un amarcord che profuma di caffè sul fuoco, domeniche alla radio e un calcio romantico che non tornerà più, ma che continua a vivere ogni volta che qualcuno, guardando il cerchio di centrocampo, vede ancora l'ombra magnifica di quel numero sei che correva contro il tempo

Amarcord: Filippo Citterio

 


Amarcord: Filippo Citterio

Filippo Citterio attraversa la memoria del calcio degli anni ottanta come un instancabile custode della fascia sinistra, un corridore silenzioso e generoso che sul prato verde sapeva unire il rigore del difensore alla spinta coraggiosa dell'ala. Il suo arrivo a Napoli coincide con un'epoca di attese e di passioni vibranti, una stagione di transizione e di sogni in cui lo stadio San Paolo era un catino bollente di speranze pronte a esplodere. Quando indossava la maglia azzurra, Citterio portava in campo quell'onestà calcistica che il pubblico partenopeo sa riconoscere al primo sguardo, una dedizione assoluta che si traduceva in diagonali perfette, salvataggi tempestivi e rincorse infinite lungo la linea di gesso bianco. Non era l'uomo dei riflettori o delle giocate da copertina, ma la sua presenza geometrica e affidabile rappresentava la spina dorsale di una squadra che lottava su ogni pallone, un tassello fondamentale in quel mosaico di sudore e cuore che precedette l'alba dell'era d'oro. Vederlo correre sotto il cielo di Napoli significava assistere al calcio più autentico, quello fatto di polmoni, sacrificio e un attaccamento viscerale alla causa, dove ogni cross e ogni contrasto diventavano un atto d'amore e di rispetto per un popolo che viveva di pane e pallone. Citterio ha saputo abitare quel decennio romantico e ruvido con l'eleganza discreta dei giusti, lasciando un ricordo indelebile fatto di serietà e di corse a perdifiato, un battito silenzioso ma potente dentro il grande cuore della storia azzurra.

lunedì 1 giugno 2026

Amarcord: Costanzo Celestini


Amarcord: Costanzo Celestini
Costanzo Celestini non è stato semplicemente un calciatore; è stato il battito nascosto, quel motore silenzioso che cantava geometrie nel cuore del Napoli più bello di sempre. Quando entri al San Paolo con l'anima pulita dei ragazzi degli anni Ottanta, non cerchi solo i riflettori accecanti del genio di Diego; cerchi la terra, il sudore, la fedeltà di chi correva per tre, di chi strappava il pallone dai piedi degli avversari e lo consegnava al Re con la devozione di un paggio e l'orgoglio di un guerriero. Costanzo era la spina dorsale di una città che stringeva i denti, il collante invisibile di un centrocampo che doveva reggere l'urto del mondo per permettere alla fantasia di volare libera.C'è una poesia operaia nei suoi polmoni, una dedizione che non aveva bisogno di copertine o di interviste urlate. Cresciuto con l'odore del mare e l'erba tagliata dei campi di periferia, Celestini ha incarnato il sogno di ogni scugnizzo che ce la fa senza smettere mai di faticare. Ogni suo tackle era un atto d'amore, ogni recupero una promessa mantenuta a un popolo intero. Non c'era spazio per i fronzoli nel suo calcio, ma c'era un'eleganza assoluta nella generosità, una grazia ruvida che solo chi ha masticato la polvere sa riconoscere. Quando il destino e gli infortuni hanno provato a frenarlo, l'affetto della gente è rimasto lì, sospeso sui gradoni dello stadio, perché Napoli non dimentica chi ha speso fino all'ultima goccia di energia per la sua maglia. Resta il ricordo nitido di un calcio romantico, dove i numeri sulla schiena pesavano meno dei sentimenti e dove Costanzo Celestini, con i suoi ricci e il suo passo perpetuo, danzava la sua melodia di lotta e appartenenza nell'ombra luminosa del più grande spettacolo della terra.
Il vivaio del Napoli in quegli anni era una vera e propria miniera d'oro impastata di fango, fame e sogni feroci. Non c'erano le strutture avveniristiche di oggi, ma c'era una terra vulcanica capace di partorire talenti puri, cresciuti con il mito della maglia azzurra cucito addosso prima ancora di saper allacciare gli scarpini. Quei ragazzi non venivano semplicemente promossi in prima squadra; venivano scaraventati nell'arena di un San Paolo ribollente, dove il peso della pressione avrebbe potuto schiacciare chiunque, ma non chi aveva la rabbia e l'orgoglio dei vicoli.In quel Napoli stellare, i giovani del posto erano l'ancora di salvataggio emotiva di una città intera. Ragazzi come Costanzo Celestini, Ciro Ferrara, Giuseppe Volpecina e Baiano non erano solo comparse, ma i custodi del fuoco sacro dell'appartenenza. Quando Diego Armando Maradona arrivò a Napoli, non trovò mercenari, ma un gruppo di scugnizi pronti a morire sul campo per lui e per la propria terra. Diego lo capì subito: si legò a loro con un affetto fraterno, diventando il loro protettore e il loro più grande stimatore. Questa miscela miracolosa tra il genio divino venuto da lontano e la linfa vitale cresciuta all'ombra del Vesuvio creò un'alchimia irripetibile. Il settore giovanile guidato da maestri come il mitico Mario Corso non produceva solo calciatori, ma uomini duri, plasmati dal sacrificio, capaci di spingere il Napoli sul tetto d'Italia e d'Europa senza mai perdere l'odore del proprio quartiere.
Costanzo Celestini era l’essenza stessa del calciatore antico, un custode del centrocampo che non cercava la gloria personale ma la protezione dei compagni. In quel Napoli che stava imparando a diventare grande, Costanzo rappresentava la certezza matematica del sacrificio: un moto perpetuo che correva anche per chi, in quel momento, doveva inventare la magia. I suoi compagni sapevano che, alle loro spalle, c’era una diga umana pronta a raddoppiare le marcature, a spaccare il gioco avversario e a ricominciare con la lucidità di chi non perde mai la testa, neanche nell’inferno di San Siro o della Juventus.C’è un’immagine simbolica che lo definisce: lui, cresciuto a pane e pallone a Capri, che attraversa il golfo per andare a conquistare la terraferma a suon di tackle. Nonostante i gravissimi infortuni alle ginocchia che ne hanno martoriato e accorciato la carriera nel momento migliore, Celestini non ha mai mostrato un briciolo di autocommiserazione. Ha accettato il fango della provincia, la risalita, portando ovunque quella stessa dignità silenziosa appresa nelle giovanili azzurre. Ancora oggi, chi ha vissuto quelle domeniche d’ansia e di riscatto sociale ricorda la sua maglia numero quattro o numero otto non come un semplice pezzo di stoffa, ma come lo scudo di un cavaliere fedele che ha permesso al Re di splendere nella sua luce più pura.

domenica 31 maggio 2026

Amarcord: Raimondo Marino


 Amarcord: Raimondo Marino

Il nome di Raimondo Marino evoca immediatamente quel calcio di un’epoca sospesa, dove i difensori avevano facce segnate dalla fatica e i passaporti sportivi si scrivevano sul campo, domenica dopo domenica, senza sconti. Chi lo ha visto giocare lo ricorda come una colonna d'area, un calciatore generoso e ruvido il giusto, capace di incarnare lo spirito più autentico della provincia calcistica italiana e di reggere l'urto dei palcoscenici più prestigiosi. C’è una nostalgia sottile nel ripensare alle sue chiusure tempestive e a quella maglia del Catanzaro addosso, simbolo di un Sud che sfidava i giganti del Nord a viso aperto e senza paura. Marino era il prototipo del difensore affidabile, uno di quelli che gli allenatori volevano sempre in rosa perché sapevano che non avrebbe mai tirato indietro la gamba, pronto a sacrificarsi per la squadra fino all'ultimo secondo di recupero. Il suo percorso si intreccia inevitabilmente con i ricordi di domeniche passate alla radio, con Tutto il calcio minuto per minuto che gracchiava dai transistor e i campi di Serie A che sembravano arene polverose. Vederlo svettare di testa nell'area di rigore significava sicurezza, un senso di appartenenza a un calcio romantico che oggi fatichiamo a ritrovare tra algoritmi e lavagne tattiche esasperate. Ha vestito colori storici, ha vissuto le promozioni e le retrocessioni con la stessa dignità professionale, lasciando un segno indelebile nel cuore dei tifosi della Lazio, del Lecce e di tutte le piazze che hanno avuto la fortuna di vederlo lottare per la propria bandiera. Oggi quel calcio fatto di marcature a uomo asfissianti e di tackle decisi ma leali ci manca, e la figura di Raimondo Marino resta impressa nella memoria collettiva come una figurina intramontabile, il ritratto di un professionista serio che ha dato tutto se stesso al gioco più bello del mondo.
Certamente, il legame tra Raimondo Marino e il Napoli rappresenta forse il capitolo più intimo e formativo della sua intera parabola calcistica. L'azzurro non è stato semplicemente un colore sulla sua pelle, ma il punto di partenza di tutto, il luogo dove un giovane ragazzo nato a Messina, che da giovanissimo aveva conosciuto la fatica vera del mare, si è trasformato in un calciatore di Serie A. Arrivato nel settore giovanile partenopeo, ha scalato le gerarchie fino a conquistare uno storico scudetto Primavera nella stagione 1978-1979, l'anticamera del grande salto. L'esordio in prima squadra arrivò in un pomeriggio di ottobre del 1979, catapultato a soli diciotto anni nella scala del calcio, a San Siro contro l'Inter, sotto la guida di Luís Vinicio che scelse di dargli fiducia senza timori reverenziali. Vivere Napoli in quegli anni Ottanta significava respirare un'atmosfera unica, un misto di febbrile attesa e di rivoluzione tecnica. Marino è cresciuto calcisticamente spalleggiato da giganti della difesa come Giuseppe Bruscolotti e Moreno Ferrario, imparando il mestiere della marcatura ferrea e del sacrificio e assorbendo la leadership del leggendario Ruud Krol. Ma il destino gli riservò il privilegio più grande che un calciatore dell'epoca potesse desiderare: condividere lo spogliatoio, il campo e la quotidianità con Diego Armando Maradona. In quel Napoli che si avviava a diventare grande, Marino non era solo un gregario silenzioso, ma un pezzo di quel nucleo storico che ha gettato le fondamenta per i trionfi futuri, collezionando oltre 130 presenze complessive in maglia azzurra e segnando anche gol pesanti. Proprio Maradona lo considerava un amico vero, tanto da chiedergli di non lasciare la città quando, nell'ottobre del 1986, le dinamiche del calciomercato e alcune incomprensioni tattiche lo spinsero ad accettare la chiamata della Lazio. Quella cessione, avvenuta pochi mesi prima della storica festa del primo scudetto del maggio 1987, privò Marino della gioia del titolo sul campo, ma non cancellò l'affetto profondo e indelebile della tifoseria. Ripensare a Raimondo Marino a Napoli significa evocare l'immagine di un difensore d'altri tempi che scattava al fianco del dieci più forte della storia, un operaio del pallone che ha onorato la maglia azzurra con l'onestà e la fierezza tipiche dei grandi eroi della provincia meridionale.

giovedì 28 maggio 2026

Amarcord: Giuseppe Bruscolotti

 


Amarcord: Giuseppe Bruscolotti

C’era un tempo in cui il calcio non si guardava con i pollici su uno schermo, ma si respirava nei vicoli, si ascoltava alla radio con il cuore in gola e si misurava sui polpacci dei difensori. In quel tempo sospeso, tra la fine degli anni Settanta e l’alba dorata degli anni Ottanta, Napoli non cercava un re: cercava un muro. E quel muro trovò le sembianze, la roccia e l'anima di Giuseppe Bruscolotti da Sassano.Lo chiamavano ’O Palo ’e Fierro, il palo di ferro, e non c’era ironia in quel soprannome, ma una devozione assoluta, quasi religiosa. Se l’avversario saltava l’ala, se la palla superava la linea mediana e l’orizzonte si faceva minaccioso come il cielo sul golfo prima di una tempesta, la gente a Fuorigrotta sapeva che là dietro, all'altezza dell'area di rigore, si sarebbe eretto l’argine. Bruscolotti non danzava sul pallone, non cercava la grazia della finta o l'estetica del ricamo. Il suo calcio era un atto di resistenza civile, una promessa d'amore scritta con i tacchetti sul prato del San Paolo. Sentiva l'attaccante respirargli sul collo e lo cancellava dal campo con un'applicazione feroce, pulita ma spietata, fatta di anticipi che sembravano colpi di scure e di chiusure che strappavano l'applauso più di un gol all'incrocio dei pali.Indossare quella maglia azzurra, per lui, non era un impiego, era un’investitura. In ogni goccia di sudore che rigava il suo volto squadrato c’era la fatica di un popolo intero, la rabbia di una città che voleva riprendersi una dignità troppe volte calpestata dal nord calcistico opulento e vincente. Bruscolotti incarnava la parte più fiera, solida e verace di Napoli: quella che non si arrende, che stringe i denti, che sputa sangue e che, alla fine, non cade. Per sedici anni ha presidiato quella fascia e quell'area come un guardiano del faro, vedendo passare campioni e meteore, allenatori e presidenti, rimanendo sempre l'unico punto fermo, la certezza a cui aggrapparsi nei pomeriggi d'inverno.Poi, un giorno d’estate del 1984, dal cielo di Capodichino discese il Messia. Arrivò Diego, e il destino decise che era ora di smettere di soffrire. Ma per fare spazio alla leggenda, c’era bisogno di un ultimo, immenso atto di nobiltà. Bruscolotti, che della squadra era il capitano indiscusso, il capo tribù, l'uomo dello spogliatoio, andò da Maradona. Non ci furono lunghi discorsi, perché gli uomini di quel calcio si capivano con uno sguardo. Gli tese la fascia. Gli disse, con la voce ferma di chi sa cosa sia il bene supremo, che quel pezzo di stoffa spettava a lui, a patto che portasse Napoli sul tetto d'Italia. Fu il passaggio di consegne più poetico della storia del club: la roccia che si sottometteva al genio, il ferro che si faceva custode dell'oro.

mercoledì 27 maggio 2026

Amarcord: Antonio Carannante

 


Amarcord: Antonio Carannante

C’è un odore particolare che si porta addosso chi è nato a Pozzuoli, una mescolanza di zolfo, salsedine e terra vulcanica che non si lava via neanche se ti metti la maglia più bella del mondo. Antonio Carannante quel profumo ce l’aveva nei piedi, in quel sinistro educato e furente che spingeva sulla fascia con la fame di chi sa che a Fuorigrotta non si va a giocare, si va a compiere una missione di popolo. Era il ragazzo del vivaio, quello che quando entrava in campo al San Paolo sentiva il boato non come un applauso, ma come il respiro di sua madre, dei suoi vicini di casa, di un’intera città che lo guardava dalle finestre dei vicoli. Era un calcio polposo, fatto di fango vero, di tacchetti di ferro che scavavano l’erba e di rincorse infinite dietro a ali destre che sembravano furetti. Lo chiamavano il "nuovo Cabrini" quando il vento soffiava a favore, perché aveva quella corsa elegante ma densa, quel modo di crossare che sembrava un invito a nozze per la testa degli attaccanti, una parabola disegnata con il compasso dell'anima. Ma la bellezza di Carannante non stava nelle stimmate del predestinato; stava nella carne viva della sua generosità, nella sfortuna maledetta di quell'infortunio che gli rubò i passi proprio nell'anno dello scudetto più bello, costringendolo a guardare la festa dal ballatoio, con il cuore gonfio e le stampelle a fare da cornice a un trionfo che era suo fin nell'infanzia. Poi c’è quella notte a Stoccarda, una roba che a raccontarla oggi fa venire la pelle d'oca, un frammento di pura epica meridionale dove il destino ti bussa alla porta quando meno te lo aspetti. Si fa male Alemão, l'aria si fa pesante, lo stadio tedesco è una bolgia di cemento e birra, e tocca a lui. Antonio entra con le ginocchia che tremano ma il cuore fermo, si piazza lì in mezzo al campo, morde le caviglie, stringe i denti anche quando il corpo vorrebbe cedere e gioca una partita monumentale, una di quelle prestazioni nascoste che non vanno nei titoli dei giornali ma che i vecchi tifosi si tramandano come i segreti di famiglia. C'era Diego lì di fianco, l’uomo venuto da un altro pianeta, ma per Antonio quel capitano era solo il compagno a cui dare il pallone pulito, l'amico da proteggere dalle mazzate dei difensori europei. La sua è stata una traiettoria umana prima che sportiva, un viaggio tra il mare di Napoli, la provincia operaia di Ascoli e la nebbia romantica di Piacenza, lasciando ovunque il ricordo di un calcio che profumava di pane fresco, dove un terzino sinistro non era un algoritmo di copertura o una statistica di passaggi chiave, ma un polmone aperto che correva per novanta minuti per regalare una domenica di dignità a chi non aveva niente. Antonio Carannante è stato questo: un pezzo di pane azzurro, autentico e spigoloso come la pietra focaia delle sue terre, un gregario con i piedi da artista che ha saputo vincere tutto restando se stesso, con quell'espressione un po’ timida e lo sguardo fiero di chi, dal cortile di casa, è arrivato a toccare il cielo d'Europa senza mai dimenticare il sapore della terra da cui era partito.

Amarcord: Verona campione d'Italia 1984-85

  C’è un’Italia che non esiste più, un calcio in bianco e nero che sfumava nei primi colori accesi della televisione commerciale, un mondo ...