Amarcord: Gaetano Scirea
Il sole del tardo pomeriggio tagliava a fette lo stadio Comunale di Torino, disegnando lunghe ombre di polvere e sudore sull’erba, ma dove c’era lui il caos sembrava improvvisamente placarsi, sottomesso a un ordine superiore, geometrico e morale. Parlare di Gaetano Scirea significa aprire un cassetto della memoria foderato di velluto grigio e nostalgia purissima, un amarcord che profuma di un calcio in bianco e nero che stava diventando a colori, di maglie di lana pesante senza sponsor, di domeniche incollate alla radiolina e di un’eleganza che oggi appare quasi mitologica. Gai non correva, planava sul fango; non aggrediva l'avversario, lo disarmava con la forza millimetrica della sua posizione, leggendo le intenzioni dell’attaccante tre secondi prima che prendessero forma nei muscoli di quest'ultimo. In un’epoca di stopper feroci, di marcature a uomo che laceravano i tessonati e di difensori che masticavano fumo e cattiveria, Scirea ridefinì il ruolo del libero trasformandolo in una cattedra di filosofia applicata, un playmaker arretrato che non ha mai ricevuto un cartellino rosso in tutta la sua esemplare carriera. C'è un'immagine eterna che lo consegna alla leggenda, ed è la notte di Madrid del 1982: l'azione del tre a zero alla Germania Ovest non è solo un contropiede, è un saggio di poesia coreografica, con Scirea che si sgancia in avanti con la grazia di un ballerino, entra nell'area di rigore avversaria, controlla il pallone con una serenità irreale e, invece di calciare, serve di tacco un assist perfetto per l'accorrente Marco Tardelli, dando il via all'urlo più famoso della storia del nostro sport. Juventus e Nazionale sono state le sue tele d’autore, Giovanni Trapattoni ed Enzo Bearzot i suoi estimatori più devoti, ma la grandezza di Scirea risiedeva interamente in quella sua compostezza silenziosa, in quel sorriso mite che nascondeva una fermezza d'acciaio, un capitano che parlava con gli occhi e con l'esempio, mai sopra le righe, mai incline al divismo. Poi, quel maledetto 3 settembre 1989 su una strada anonima della Polonia, sotto un cielo plumbeo, una scia di fuoco e una fatalità assurda decisero di portarselo via troppo presto, a soli trentasei anni, lasciando un vuoto pneumatico che il calcio italiano non è mai più riuscito a colmare. Oggi, quando il gioco si fa troppo urlato, nevrotico e sfigurato dal business, ricordare Gaetano Scirea è come ritrovare una vecchia lettera scritta a mano, un rifugio dell'anima dove risiedono la lealtà, la dignità e la bellezza pura di un campione immenso che ha insegnato al mondo come si possa essere giganti senza fare mai rumore.






