C'è una malinconia tutta brasiliana, una sorta di saudade al contrario, nel ricordare José Guimarães Dirceu. Era il Brasile dei tre Mondiali, della classe purissima mescolata a una corsa inesauribile che gli era valsa in patria il soprannome di formiguinha, la formichina, capace di arare il campo e contemporaneamente di accarezzare il pallone con un sinistro che sembrava telecomandato. Quando sbarcò in Italia nel millenovecentottantadue, il nostro calcio stava aprendo le frontiere ai più grandi talenti del pianeta. Eppure Dirceu scelse una via tutta sua, diventando per distacco il giramondo più romantico della nostra Serie A, lo "zingaro del calcio" che non cercava le luci dei palcoscenici dorati per vincere scudetti facili, ma preferiva seminare miracoli e sorrisi nelle piazze passionali della provincia.Il suo viaggio italiano cominciò sulla sponda dell'Adige, in un Hellas Verona neopromosso guidato da Osvaldo Bagnoli. Era una squadra di operai e sognatori, e quel brasiliano dallo sguardo mite e dai baffi d'altri tempi si inserì con l'umiltà di un mediano e la genialità di un dieci, trascinando i gialloblù a un incredibile quarto posto che pose le fondamenta per lo scudetto storico di qualche anno dopo. Ma Dirceu aveva il destino nomade scritto nel sangue. L'anno successivo scese a Napoli, una piazza che ribolliva di passione ma che quell'anno si trovò a navigare in acque agitatissime, un attimo prima che arrivasse l'era di Maradona. In quel San Paolo sospeso tra la paura della retrocessione e la voglia di riscatto, Dirceu si prese la squadra sulle spalle, regalando punizioni magiche che toglievano le ragnatele dall'incrocio dei pali e garantendo una salvezza vitale che mantenne i partenopei nella massima serie.Poi fu la volta delle Marche, con la maglia dell'Ascoli di Costantino Rozzi. Lì l'impresa della salvezza non riuscì, ma il pubblico del Del Duca si innamorò lo stesso di quel mancino fatato, capace di scagliare tiri potentissimi da distanze siderali che facevano tremare le porte avversarie. La stagione successiva lo vide risalire verso nord, sulla sponda del lago di Como. In riva al Lario portò la sua sapienza tattica e la sua incredibile visione di gioco, integrandosi alla perfezione in una realtà solida e conducendo i lariani a una salvezza tranquilla, dimostrando che il grande calcio poteva sposarsi perfettamente con la quiete della provincia lombarda.Infine, l'ultima grande recita italiana avvenne in Irpinia, con l'Avellino. Lo volle fortemente Luis Vinicio, un altro brasiliano che di calcio se ne intendeva eccome. A trentaquattro anni suonati, molti pensavano che Dirceu fosse ormai a fine corsa, un ex campione venuto a svernare. Invece al Partenio andò in scena una delle sue stagioni più belle e commoventi. Divenne il faro di una squadra che lottava con il coltello tra i denti in ogni partita, guidando i biancoverdi a una clamorosa salvezza e a uno storico ottavo posto. Fu proprio ad Avellino che Dirceu pronunciò quelle parole rimaste scolpite nella memoria degli appassionati, confessando che con quella gente stupenda avrebbe voluto finalmente mettere le tende e smettere di essere lo zingaro del calcio italiano.Era un calciatore totale, un professionista esemplare che in tutta la sua lunghissima carriera non ricevette mai un solo cartellino rosso. Non c'era malizia nel suo gioco, solo una gioia fanciullesca nel calciare quel pallone che considerava lo strumento perfetto per spiegare la felicità. Il destino, purtroppo, decise di portarselo via troppo presto, a soli quarantatré anni, in un maledetto incidente stradale sul lungomare di Rio de Janeiro nel settembre del millenovecentonovantacinque. Di lui oggi resta il ricordo dolcissimo di un calcio romantico, fatto di spalti gremiti, radioline della domenica e traiettorie impossibili disegnate da un sinistro che sapeva di poesia, di un uomo gentile che ha saputo farsi amare ovunque sia passato, lasciando un pezzo di cuore in ogni singola città che ha avuto la fortuna di vederlo correre.






