mercoledì 6 maggio 2026

Amarcord: Bruno Giordano

 


Bruno Giordano non è stato solo un centravanti; è stato il respiro di una città, il battito accelerato di un Olimpico che, quando vedeva quel numero nove danzare sul pallone, sapeva che la bellezza stava per compiersi. Scrivere di lui significa sfogliare un album di fotografie ingiallite dal tempo ma vivissime nel cuore, dove l’odore dell’erba tagliata si mischia a quello della nostalgia.


Era il ragazzo di Trastevere che aveva imparato a trattare il pallone con la stessa confidenza con cui si parla a un vecchio amico. C’era una nobiltà innata nei suoi movimenti: non correva, scivolava. Non calciava, dipingeva traiettorie che sfidavano la fisica. Vedere Bruno Giordano in campo era come assistere a una lezione di eleganza applicata al fango e ai tacchetti. Aveva la sfrontatezza del fuoriclasse e la timidezza di chi, nonostante la gloria, non ha mai dimenticato da dove veniva.


Nella Lazio è stato il figlio prediletto, l'erede di Chinaglia che però non aveva bisogno di gridare per farsi valere. Gli bastava un controllo orientato, una finta di corpo che mandava al bar i difensori più arcigni dell'epoca, quelli che "o passa la palla o passa l'uomo". Con lui passava solo il sogno. I suoi gol erano perle incastonate nella memoria: il tiro al volo, la palombella morbida, quella capacità di colpire di testa elevandosi più in alto di tutti, come se per un istante le leggi della gravità non lo riguardassero.


Poi venne l'amore maturo, quello vissuto sotto il Vesuvio. A Napoli Bruno trovò la sua anima gemella calcistica in Diego Armando Maradona. Vederli giocare insieme era pura poesia erotica per chi ama il calcio. Si cercavano a occhi chiusi, si scambiavano il pallone come se fosse un segreto prezioso che solo loro potevano custodire. Diego lo definì il più grande calciatore italiano con cui avesse mai giocato, e non era un complimento di circostanza. Era il riconoscimento di una fratellanza tecnica che portò il primo, storico scudetto in una città che ne aveva fame da secoli. Giordano in quel Napoli era il collante, l'intelligenza tattica, l'uomo dell'ultimo passaggio e della zampata decisiva.

Ma l’amarcord di Giordano è fatto anche di cadute e risalite, di infortuni che ne hanno frenato la corsa ma mai intaccato il mito. Perché Bruno è rimasto nell'immaginario collettivo come l'ultimo dei romantici, un attaccante che profumava di un calcio che non c'è più. Un calcio dove la tecnica valeva più dei muscoli e dove un tunnel fatto bene valeva quanto un gol.

Oggi, ripensando a lui, ci torna in mente quel sorriso un po' malinconico e quella chioma al vento. Ci manca quel modo di interpretare il ruolo di centravanti con la grazia di un trequartista. Bruno Giordano è stato il nostro vanto, il racconto che facciamo ai più giovani per spiegare cosa significasse davvero "sentire" il pallone. Un amore lungo una carriera, una passione che non si spegne, perché finché ci sarà qualcuno che proverà a calciare di collo pieno cercando l'incrocio dei pali, l'ombra di Bruno sarà lì, a fargli l'occhiolino.

Amarcord: Ciro Muro

 


Ciro Muro non era solo un calciatore, era un atto di ribellione poetica al destino. Quando lo vedevi lì, nel cuore del San Paolo, con quel fisico quasi minuto che sembrava svanire accanto ai giganti, capivi che il calcio non è una questione di muscoli, ma di battito cardiaco. Lui era il figlio di Napoli che ce l’aveva fatta, il ragazzo che portava in campo non una divisa, ma la pelle di un’intera città.C’era un’elettricità strana nell’aria ogni volta che toccava il pallone. Non era la potenza bruta, era una carezza maliziosa. I suoi piedi parlavano il dialetto delle strade, strette e difficili, dove per sopravvivere devi inventarti uno spazio dove lo spazio non c’è. E lui lo faceva con una grazia che toglieva il fiato. Era un funambolo sospeso su un filo di seta, capace di mandare al manicomio i difensori con un tocco di suola che sapeva di sfida e di bacio.


E poi, quel rapporto con Diego. Dio e il suo profeta flegreo. Vedere Ciro Muro allenarsi sulle punizioni accanto a Maradona era come assistere a una lezione di pittura celestiale. Diego lo guardava e sorrideva, perché riconosceva in Ciro la stessa fame, la stessa capacità di far cantare il cuoio. E quando Ciro segnava, non era mai un gol banale. Era un’esplosione di appartenenza, un urlo che partiva dai vicoli e arrivava dritto in tribuna, sciogliendo il sangue nelle vene di migliaia di persone. La sua carriera è stata una danza tra le luci della ribalta e l’ombra del sacrificio, ma l’amore che ha seminato è rimasto intatto, come un profumo che non svanisce mai. Non importava la maglia, perché sotto quella stoffa batteva sempre il cuore di chi gioca per onorare una terra. Ciro Muro era l’eleganza del gesto, la scintilla nell’oscurità, il calciatore che ti faceva sentire orgoglioso di essere parte di quel sogno. È stato un amore folle, viscerale, un romanzo scritto con i piedi e letto con l’anima da chiunque abbia mai sognato di vedere un pallone gonfiare la rete e sentirsi, per un attimo, padrone del mondo.

Vari Amarcord

 


Amarcord: Claudio Garella

Claudio Garella non è stato solo un portiere; è stato un’eresia tecnica, un paradosso vivente che ha sfidato le leggi della fisica e dell’estetica calcistica. In un’epoca di voli plastici e parate a favore di camera, lui rispondeva con il pragmatismo del corpo, parando con tutto ciò che non fossero le mani: piedi, ginocchia, petto, faccia.
L’eroe sgraziato

Vederlo tra i pali metteva ansia e, allo stesso tempo, una strana sicurezza. Era l’anti-Zoff. Se il portiere classico era un ballerino, “Garellik” era un lottatore di strada finito per caso in area di rigore. Eppure, quella sua sgraziata efficacia era poesia pura per chi amava il calcio della sostanza. Non gli importava di essere bello, gli importava che il pallone non entrasse. E il pallone, quasi per un timore reverenziale verso quell’uomo così imponente e atipico, finiva sempre per sbattere addosso a lui.

Il miracolo di Verona

Il primo capitolo della sua leggenda romantica si scrive all’ombra dell’Arena. Quel Verona di Osvaldo Bagnoli era una banda di sognatori e operai, e Garella ne era il guardiano più eccentrico. Lo scudetto del 1985 resta una delle imprese più pure della storia del calcio italiano, e Claudio ne fu l’architrave. Parava l’impossibile, spesso in modo buffo, scatenando l’ironia dei critici e l’adorazione dei tifosi. Fu lì che nacque la “Garellade”, quel modo tutto suo di sventare i pericoli che faceva storcere il naso ai puristi ma portava punti in classifica.

Il trono di Napoli

Poi arrivò la chiamata del Sud, in una Napoli che stava per cambiare pelle grazie a un certo Diego Armando Maradona. Molti pensavano che un portiere così “provinciale” sarebbe affogato sotto il peso del San Paolo. Invece, Garella divenne l’idolo di una città che nel calcio cercava riscatto. Con Diego davanti e Claudio dietro, il Napoli vinse il suo primo, storico scudetto. È rimasta impressa l’immagine di lui che esulta, gigante buono tra la folla, con quel sorriso di chi sa di aver fregato il destino ancora una volta.

Un’eredità di cuore
Garella ci ha insegnato che non serve essere perfetti per essere campioni. Ha dimostrato che l’efficacia può avere forme strane e che il talento non sempre indossa i guanti bianchi. Quando se n’è andato, ha lasciato un vuoto fatto di ricordi analogici, di domeniche alla radio e di parate di piede che sembravano miracoli popolari.

Garellik rimarrà per sempre il portiere che parava con l’anima, l’uomo che ha vinto dove nessuno osava sperare, rendendo l’errore stilistico la forma d’arte più vincente del nostro calcio.

Amarcord: Andrea Carnevale

Andrea Carnevale non era un calciatore, era un romanzo d’appendice scritto col sudore e la brillantina. Se chiudi gli occhi e pensi a lui, senti l’odore dell’erba tagliata della Serie A anni Ottanta, quella domenica pomeriggio che non finiva mai, fatta di radioline gracchianti e gambe pesanti.


L’operaio del gol nel giardino di Dio

Non aveva la grazia divina di Diego, né la potenza robotica di Careca. Carnevale era un uomo normale catapultato in una sceneggiatura mitologica. Era il braccio armato del genio, quello che correva per tre, che faceva a sportate con i difensori per creare lo spazio dove poi si sarebbe infilata la luce del Diez.
Vederlo giocare era un atto di fede. Quel suo incedere un po’ dinoccolato, il baricentro alto, eppure quella capacità innata di trovarsi al posto giusto quando la palla scottava. Non era un esteta, era un risolutore.

Quel 10 maggio 1987

Se c’è un’immagine che lo rende eterno, è quel gol alla Fiorentina. Un destro sporco, ravvicinato, sotto la curva. Il boato che ne seguì non fu un semplice urlo sportivo, fu il grido di liberazione di una città intera. In quel momento, Andrea Carnevale non era più un ragazzo di Monte San Biagio; era diventato l’incarnazione della rivincita.
Mentre Napoli esplodeva, lui correva con le braccia larghe, quasi a voler abbracciare ogni singolo vicolo, ogni scugnizzo, ogni pezzo di quel Vesuvio che quel giorno non faceva paura a nessuno.

L’uomo dietro l’atleta

Il romanticismo di Carnevale sta però nelle sue crepe. La sua vita non è stata una linea retta verso il successo. C’è il dolore profondo delle origini, una tragedia familiare che avrebbe spezzato chiunque, eppure lui ha trasformato quel buio in una fame feroce.
E poi la caduta, l’ombra del doping, quel mondiale del ’90 iniziato da titolare e finito nel silenzio di una sostituzione. Ma è proprio questa sua fallibilità a renderlo così “nostro”. Carnevale non è stato un eroe senza macchia; è stato un uomo che ha toccato il cielo, è scivolato, si è sporcato le mani ed è tornato a guardare il sole.

Frammenti di un’epoca

La maglia Buitoni: Pesante di fango e gloria.

L’intesa con Maradona: Non servivano parole, bastava uno sguardo e Andrea sapeva dove dettare il passaggio.

Il sorriso: Quello di chi sa di avercela fatta contro ogni pronostico della vita.

È stato l’ultimo grande centravanti “umano” di un calcio che stava diventando industria, un pezzo di cuore rimasto incastrato tra i pali del San Paolo.

Amarcord: Gonzalo Higuain

C’era un suono particolare che il San Paolo emetteva quando la palla gonfiava la rete: non era un semplice boato, era un urlo liberatorio, un richiamo tribale che partiva dalle viscere di Fuorigrotta e si infrangeva contro il Vesuvio. E al centro di quel fragore c’era lui, Gonzalo, con la barba folta e quel modo di correre che sembrava sempre una sfida alla gravità e ai difensori.

Ricordare Higuain a Napoli oggi è come ripensare a un amore estivo travolgente finito malissimo, di quelli che ti lasciano il veleno in bocca ma che, nei momenti di malinconia, non puoi fare a meno di sognare ancora. Arrivò in un pomeriggio di luglio, quasi per caso, prendendo il testimone da Cavani. Non era solo un centravanti; era l’aristocrazia del calcio che scendeva tra il popolo. Aveva movenze eleganti e un istinto feroce, una combinazione rara che lo rendeva magnetico.

La danza del gol

Vederlo giocare in quelle tre stagioni è stato un privilegio per gli occhi. Non segnava gol banali. C’erano le girate al volo, i tiri a giro sul secondo palo che sembravano telecomandati, e quel modo di proteggere palla col sedere e le spalle, girandosi in un fazzoletto di terra come se lo spazio fosse un’opinione soggettiva.

Il punto più alto, quella notte di pioggia contro il Frosinone. Mancava un gol per la storia, per superare Nordahl. La città era sospesa. Poi, quella rovesciata dal limite dell’area. Un gesto tecnico che sembrava uscito da un cartone animato, un istante di perfezione assoluta in cui il tempo si è fermato. In quel momento, Gonzalo non era un calciatore: era una divinità pagana avvolta d’azzurro.

Un cuore tormentato

Ma la bellezza di Higuain stava anche nella sua fragilità. Era un uomo che viveva di umori. Se sbagliava un passaggio, si incupiva, mandava al diavolo i compagni, masticava rabbia. Ma se sentiva l’amore della gente, diventava inarrestabile. C’era un legame carnale con la curva: quel coro, “Un giorno all’improvviso”, sembrava scritto apposta per scandire i suoi passi. Quando cantava sotto la curva, con gli occhi lucidi, sembrava davvero che avesse trovato la sua Itaca.

L’addio e l’ombra

Poi arrivò il buio. Quella fuga medica a Madrid, il passaggio alla Juventus, il tradimento consumato nel silenzio di un’estate torrida. È lì che l’amarcord si spezza e diventa tragedia greca. Il “Pipita” divenne il “Core ‘ngrato”, l’innominabile. La ferita è stata così profonda proprio perché l’amore era stato immenso, quasi eccessivo per essere sopportato da un uomo solo.

Oggi, a distanza di anni, resta il ricordo di un giocatore totale. Resta l’immagine di lui che corre a braccia aperte dopo un gol alla Roma o all’Inter, con lo stadio che urla il suo nome nove volte, come un mantra. Possiamo averlo odiato, possiamo aver bruciato le sue maglie, ma nessuno potrà mai negare che per mille giorni Gonzalo Higuain è stato il battito cardiaco di una città intera. È stato il nostro sogno più bello, prima di diventare il nostro rimpianto più grande.

Amarcord: Antonio Careca

Il boato del San Paolo aveva un suono diverso quando la palla arrivava a lui. Non era solo l’urlo per un gol, era l’eccitazione elettrica di chi sapeva che stava per iniziare una danza. Antonio de Oliveira Filho, per tutti noi semplicemente Careca, non è stato solo un centravanti; è stato il vento caldo del Brasile che soffiava sul Golfo, l’eleganza fatta centravanti, il compagno di giochi perfetto per il Dio del calcio.Ricordarlo oggi significa rivedere quel corpo flessuoso che si lanciava negli spazi con una ferocia aggraziata.

Se Diego era la poesia e il genio, Careca era il tuono che squarciava la difesa. Aveva un modo di correre che sembrava non toccare l’erba, un incedere fiero, quasi regale, eppure pronto a trasformarsi in un predatore d’area di rigore in un battito di ciglia. Quella maglia numero 9, spesso sudata e appiccicata addosso, su di lui sembrava un abito di sartoria.

C’è un’immagine che resta impressa nel cuore di chi ha vissuto quegli anni: Careca che riceve un filtrante impossibile di Maradona. Non serviva che si guardassero, si sentivano. Careca scattava, il corpo inclinato, e poi quel diagonale destro. Secco, preciso, imparabile.

Il rumore della rete che si gonfiava era la chiusura di un cerchio perfetto. E poi la corsa verso la curva, il sorriso smagliante, quella gioia pura che solo chi gioca per amore sa trasmettere. Non era il cinismo freddo dei bomber moderni; era la celebrazione di un rito.

Nelle notti di Coppa UEFA, o in quelle sfide contro il Milan di Sacchi, Careca diventava un gigante. Lo vedevi lottare su ogni pallone, difenderlo con una tecnica sopraffina, per poi scaricarlo e dettare il passaggio di ritorno.

Era generoso, Antonio. Sapeva che in quella squadra lui era il terminale, ma giocava con l’umiltà di un mediano e la classe di un dieci. Ha amato Napoli e Napoli lo ha ricambiato con una devozione che non si è mai spenta, perché in lui vedevamo la bellezza che sfida la fatica.

Manca oggi quel tipo di centravanti. Manca quella capacità di rendere estetico anche un gol di rapina, quel modo di calciare d’esterno che faceva girare la testa ai portieri. Rivedere i suoi gol oggi non è solo un esercizio di nostalgia, è un atto d’amore verso un calcio che aveva un’anima. Careca era il battito accelerato del nostro cuore domenicale, il sorriso di chi ha vinto tutto restando un ragazzo semplice del San Paolo. Un eroe senza tempo, avvolto nell’azzurro, per sempre.

Amarcord: Edinson Cavani

Era un mercoledì di luglio quando atterrò a Capodichino, quasi in punta di piedi, tra lo scetticismo di chi vedeva in lui solo il “doppione” di Quagliarella o un buon esterno di fatica ammirato a Palermo. Non sapevamo ancora che quel ragazzo magro, con i capelli lunghi mossi dal vento e lo sguardo di chi ha fame di mondo, avrebbe riscritto le leggi della fisica e del sentimento all’ombra del Vesuvio.

Edinson Cavani non è stato solo un centravanti; è stato un’epifania. Ricordarlo oggi significa rivedere quel balzo felino sul primo palo, un movimento così ripetitivo eppure così ineluttabile che sembrava sfidare il destino. Quando Maggio crossava dalla destra, sapevi già come sarebbe finita. Non era calcio, era una coreografia rassicurante: Edi che sbuca davanti al difensore, l’impatto secco, la rete che si gonfia e lui che corre verso la bandierina con le vene del collo gonfie, urlando la sua gioia selvaggia al cielo di Fuorigrotta.

C’era qualcosa di profondamente mistico nel suo modo di stare in campo. Lo vedevi ripiegare in scivolata sulla propria linea di fondo per sradicare un pallone a un avversario qualunque, e un attimo dopo lo ritrovavi dall’altra parte a scaraventare in porta l’ennesimo pallone della serata. Aveva polmoni che sembravano alimentati dal calore del San Paolo. Non si risparmiava mai, come se ogni partita fosse l’ultima, come se ogni gol fosse un debito d’onore da saldare con la città che lo aveva eletto Matador.

Come dimenticare le notti di Champions? Quella doppietta al Manchester City che fece tremare le fondamenta dei palazzi circostanti allo stadio, o la tripletta alla Juventus che fu un esorcismo collettivo. In quegli anni, Cavani era il nostro superpotere. Ci faceva sentire invincibili. C’era un patto non scritto tra lui e noi: lui metteva l’anima, noi mettevamo il cuore, e insieme scalavamo montagne che prima sembravano troppo alte anche solo da guardare.

Ma l’amore per il Matador non stava solo nei numeri, pur mostruosi. Stava in quella sua timidezza fuori dal campo, nella sua fede incrollabile, in quel sorriso pulito che contrastava con la ferocia agonistica che metteva nel rettangolo verde. È stato il simbolo di un Napoli che tornava grande con la forza del lavoro e del sacrificio, un eroe umile che non aveva bisogno di proclami perché parlava la lingua del sudore.

L’addio ha fatto male, come tutti gli amori che finiscono troppo presto, ma il tempo ha setacciato la rabbia lasciando solo l’oro dei ricordi. Oggi, se chiudiamo gli occhi, lo vediamo ancora lì: la maglia azzurra leggermente larga, il nastro sui polsi, pronto a scattare su un lancio lungo di Behrami o Hamsik. Il Matador rimarrà per sempre quel brivido lungo la schiena che percorreva lo stadio ogni volta che la palla arrivava in area, perché nessuno, come lui, ha saputo incarnare la bellezza del gol come un atto d’amore assoluto.

È morto Evaristo Beccalossi

Evaristo Beccalossi non è stato solo un calciatore, è stato uno stato d’animo. Oggi che se n’è andato, il calcio perde quella sua vena folle, poetica e profondamente umana che ce lo faceva sentire come un amico di famiglia, uno di quelli che ti fa disperare ma che non smetteresti mai di abbracciare.
Era il genio della pioggia, l’uomo che sussurrava alla palla mentre il fango cercava di fermarlo. Vederlo giocare era come assistere a un numero di magia: sapevi che poteva sparire dalla partita per ottanta minuti, camminando a testa bassa con quel fare un po’ malinconico, per poi accendersi all’improvviso e disegnare una traiettoria che solo gli dei del calcio potevano immaginare.

Ti volevamo bene, Evaristo, perché non eri perfetto. Eri uno di noi. C’era quel tuo modo di portarti dietro la classe cristallina dei piedi e la fragilità del cuore, capace di sbagliare due rigori in una notte europea e poi di farsi perdonare con un sorriso o una giocata da cinema.

Eri l’elogio della lentezza in un mondo che correva troppo forte, il sinistro che accarezzava il cuoio come se fosse seta.Il tuo calcio era fatto di finte col corpo, di sguardi altrove e di quella sfrontatezza tipica di chi sa che, in fondo, è tutto un gioco. Ci mancherà la tua ironia, quella parlata bresciana che sapeva di terra e di verità, e quella capacità tutta tua di raccontare il calcio come una ballata romantica, tra un dribbling e un ricordo.

Ora che hai smesso di dribblare tra noi, ci piace immaginarti lassù, su un campo perfetto, con la tua maglia numero dieci che sventola leggera. Chissà se piove anche lì, Evaristo. Se piove, siamo sicuri che starai già scartando tutti, col tuo passo dondolante e quel genio infinito che ci ha fatto innamorare. Grazie di tutto, Dito. Non ti dimenticheremo mai.

Champions, l’Arsenal è la prima finalista! Atletico Madrid a casa: decisivo Saka

L’Arsenal torna a disputare una finale di Champions League dopo vent’anni, al termine di una semifinale intensa e molto combattuta contro l’Atletico Madrid. Una sfida decisa dagli episodi e dalla capacità dei Gunners di gestire con maturità il vantaggio arrivato sul finire del primo tempo, firmato da Bukayo Saka. La squadra di Arteta stacca così il pass per Budapest, coronando un percorso che ha il sapore della consacrazione.

Saka segna, poi la gestione: l’Arsenal resiste e vola a Budapest

La gara si era aperta con un Atletico subito pericoloso: Le Normand impegna Raya, poi Simeone spreca clamorosamente a porta quasi vuota. Dopo quella grande occasione, però, cresce l’Arsenal, che alza il baricentro e prende progressivamente il controllo del gioco con un Gyökeres ispirato.

Il vantaggio arriva al 45’: Trossard costringe Oblak alla respinta e Saka è il più rapido a ribadire in rete per l’1-0. Nella ripresa la tensione sale subito, con Simeone fermato in extremis da Gabriel e Griezmann vicino al pareggio, ma ancora Raya decisivo.

L’Atletico prova a reagire con i cambi, ma perde incisività offensiva, mentre Arteta risponde con inserimenti mirati che rendono l’Arsenal più lucido e verticale. Al 66’ Gyökeres ha l’occasione per chiuderla ma calcia alto davanti a Oblak. Nel finale i colchoneros si spengono, con l’ultima chance fallita da Sørloth e un finale nervoso anche in panchina. L’Arsenal, però, regge fino all’ultimo e conquista una storica finale.

domenica 3 maggio 2026

Amarcord: Aldo Serena

 


"Ho avuto un’infanzia un po’ costretta, dai 7 anni ai 18 sono andato a scuola al mattino, nella fabbrica di scarponi di mio zio al pomeriggio e a giocare calcio alla sera, sempre con i più grandi.

Ho iniziato pulendo gli scarponi, poi tagliavo le tomaie, a 11 anni mi sono piantato sul dito un ciondolino che teneva i lacci, ho ancora la cicatrice.
Quando a 18 anni mi ha chiamato l’Inter ho preso la mia vita in mano.
Mi sono diplomato geometra a Como, quando l’Inter mi mandò in B, mi ero anche iscritto a Medicina a Bari, ma era un modo per restare legato alla fidanzata che studiava la stessa cosa.
Il compagno migliore che abbia avuto è strato Platini, ero innamorato del suo modo di giocare, aveva tutto quello che non avevo io.
Poi mi sembrava impossibile che potesse esistere un calciatore come Scirea: bravo, buono, competitivo ma rispettoso degli altri.
Il migliore amico nel calcio invece è stato Con Nicola Berti, con lui ho avuto un’amicizia terapeutica: io portavo solidità ed equilibrio lui mi ha tirato fuori la leggerezza e la spensieratezza.
Non ero un attaccabrighe, ma in carriera ho avuto due grandi discussioni con i miei avversari: Van Basten mi tirò la sabbia in faccia, non ci siamo mai chiariti, mentre Ancelotti mi sputò addosso.
Ma Carlo al Milan mi fece dei complimenti dopo un’amichevole: mi tese la mano.
Il rimpianto più grande della mia carriera è il rigore a Italia '90.
Mi ha creato dei problemi, penso di aver avuto una crisi di panico.
Avevo le gambe durissime, respiravo in modo strano: il portiere mi sembrava un gigante. Non ricordo nulla dell’errore, né di tutto quello che è successo dopo: un black out di due giorni.
A differenza di Baggio quell'errore me lo sono perdonato, perché per andare avanti devi chiudere la porta. Però resta la parentesi peggiore della mia carriera: tornando indietro, cambierei il lato del tiro".
ALDO SERENA al Corriere della Sera

venerdì 1 maggio 2026

Amarcord: Oliver Bierhoff


 Nel 1991, dopo le prime esperienze tra Germania ed Austria, l'Inter del presidente Pellegrini lo porta in Italia parcheggiandolo in provincia, ad Ascoli.

L'impatto col nostro campionato non è dei più felici e questo panzer tedesco sembra rivelarsi vero oggetto misterioso del mercato: lento e macchinoso, mette in mostra un gran fisico ma evidenzia grossi limiti tecnici che lo fanno apparire sovente impacciato e persino goffo con la palla tra i piedi. In poco meno di venti partite segna la miseria di due gol e l'Ascoli finisce dritto in B.
I tifosi lo contestano, lo insultano, lo fischiano ad ogni tocco di palla. Il presidente Rozzi invece lo coccola, lo protegge e non lo cede: sa di avere tra le mani un professionista serio, un faticatore, un ragazzo determinato e intelligente. I fatti gli daranno ragione! L'anno successivo, tra i cadetti, segna e tanto. Diventa capocannoniere e per poco non concede il bis anche la stagione seguente. Sono anni in cui in Serie B ci sono attaccanti come Batistuta, Inzaghi, Vieri, Chiesa, Hubner, giusto per citarne alcuni. L'Ascoli però finisce in C e proprio quando per questo ragazzone di 1.90m sembra arrivato il momento di far ritorno a casa, arriva la chiamata della famiglia Pozzo.
L'udinese fresca di promozione, ha affidato la guida tecnica ad Alberto Zaccheroni e punta sul biondo teutonico per una salvezza tranquilla. Anche stavolta i dubbi e le perplessità pervadono i tifosi friulani: come può una compagine che vuole salvarsi in serie A, fare affidamento su un centravanti che non è riuscito ad evitare la retrocessione in C alla sua squadra? Ciò che accade dopo è storia nota: i bianconeri esprimeranno un calcio spumeggiante capace di spegnere ogni scetticismo iniziale ed il tedesco, esaltato dallo stile di gioco offensivo del tecnico romagnolo, chiuderà la stagione con ben 17 centri all'attivo.
Udine e la Serie A scoprivano la potenza di uno dei più prolifici centravanti della seconda metà degli 90, letale nel gioco aereo e vera e propria sentenza sui colpi di testa.
Da bidone annunciato a bomber implacabile della Serie A: esempio di come abnegazione, sacrificio e voglia di migliorare i propri limiti possano colmare anche le più grandi lacune tecniche.
Compie oggi gli anni 'gravità zero' Oliver Bierhoff

Amarcord: Ruben Sosa

 


"La Lazio è stata la squadra che mi ha portato in Italia. Ci sono rimasto quattro anni segnando tantissimi gol. E la Serie A era un torneo molto difficile in quel momento. Tutte le squadre erano forti. L’Inter è stato il club più importante della mia carriera. Ho giocato al Borussia Dortmund, alla Lazio, al Nacional che è la squadra per cui tifo da quando sono bambino. Però all’Inter ho capito che dovevo fare gol per i tifosi. È stato bellissimo. Volevo essere un idolo per la gente e non per un dirigente o un presidente..." - Ruben Sosa.

Sul finire degli anni '80, dopo anni di cadetteria, la Lazio del presidente Calleri è appena stata promossa e il DS Carlo Regalia è alla ricerca di giocatori di spessore in grado di far fare il salto di qualità alla squadra.
Pepe Schiffino, ex gloria rossonera e vero e proprio monumento del calcio uriguaiano, suggerisce il nome di un suo connazionale dalla grande tecnica, dotato di velocità e potenza nel tiro.
Dal Real Saragozza arriva così Ruben Sosa Ardaiz, per tutti 'il Principito'.
Negli anni in cui i più grandi campioni provenienti da ogni latitudine vestivano le casacche dei club italiani, la Serie A scopriva il talento di Ruben Sosa, seconda punta dal fisico minuto e dal mancino al fulmicotone.
Abile nel dribbling e specialista nei calci di punizione, nell'arco della sua permanenza in Serie A si rivelerà una vera e propria garanzia per affidabilità e costanza, mettendo a referto quasi 100 gol tra Lazio e Inter, lasciando un gran ricordo in tutti i suoi tifosi.

Amarcord: Walter Zenga

 


Al Mondiale del' 90, non aveva preso neanche un gol. Zero. Cinque partite e mezzo e 517 minuti di imbattibilità, ancora oggi record imbattuto in una competizione mondiale. Fino a quella serata di Napoli. Fino a quel minuto 67, quando i suoi pugni colpirono l'aria e la chioma bionda di Caniggia impattò la sfera che si infilò in rete. Così, in maniera beffarda, bastarda, svanivano i sogni di gloria delle notti magiche. Quella uscita infelice gli costò tanto: critiche, cattiverie, insulti. E in fondo forse qualcuno per quell'errore non lo ha mai del tutto perdonato. Ma Walter Zenga è stato indubbiamente uno dei portieri più forti al mondo, per alcuni anni il migliore. Campione in campo e personaggio fuori dal terreno di gioco, è stato tifoso, ultrà, bandiera e idolo della curva nerazzurra prima di un amaro addio, non senza polemiche, non senza lacrime. Venduto, quasi cacciato, alla Sampdoria per far spazio a Pagliuca. La stessa Samp contro cui aveva esordito in Serie A e dov'era poi finito Ivano Bordon per lasciargli la maglia numero uno con la scritta Misura. Lo stesso Pagliuca che gli aveva tolto il posto in azzurro e che, adesso, lo avrebbe sostituito anche tra i pali della sua amata Inter.

'Walter Zenga era il bullo di viale Ungheria, il re della Milano boriosa degli anni Ottanta; era la catenina fuori dalla maglietta, da baciare per ostentare un’appartenza; era il ciuffo che cadeva sull’occhio, il sorriso da divo di Cioé, la gomma masticata in faccia al mondo. Coraggioso e presuntuoso, sfrontato e folle. Sempre stato così... A Zenga piaceva stare in porta e aspettare l’avversario. Adorava stare lì, ad aspettare l’assalto. Amava il volo: plastico, morbido, a effetto.' - Beppe di Corrado.
Buon compleanno all'uomo ragno.

Amarcord: Bruno Giordano

  Bruno Giordano non è stato solo un centravanti; è stato il respiro di una città, il battito accelerato di un Olimpico che, quando vedeva q...