Amarcord: Geronimo Barbadillo
Geronimo Barbadillo correva con le calze giù, quasi alle caviglie, come se i parastinchi fossero un inutile fardello per uno che aveva il vento dentro le scarpe. C’era qualcosa di magico e terribilmente romantico nell'Avellino dei primi anni Ottanta, una squadra che sembrava sfidare le leggi della fisica calcistica e della geografia del potere, e lui, il peruviano con i riccioli neri e ribelli, ne era l'emblema perfetto. Lo chiamavano Tartaruga, un’ironia purissima nata in patria che faceva a pugni con la realtà, perché quando scattava sulla fascia destra del Partenio il tempo sembrava accelerare all'improvviso, lasciando i difensori a rincorrere i fantasmi.Arrivò in Irpinia nel 1982, fresco di un Mondiale in Spagna giocato con quella splendida e calante generazione peruviana di Cubillas e Uribe, e portò con sé il profumo del calcio sudamericano fatto di finte, pause improvvise e accelerate devastanti. Avellino in quegli anni era una trincea di passione, una terra ferita dal terremoto che cercava riscatto ogni domenica su un campo di calcio, e Barbadillo divenne subito l'idolo di un popolo che si riconosceva in quella sua andatura ciondolante ma fiera. Non segnava tantissimo, non era il classico centravanti da doppia cifra, ma i suoi cross erano baci impressi sul pallone, traiettorie tese che cercavano la testa di Ramon Diaz o la corrente di un centrocampista che si inseriva dalle retrovie. Quando la palla arrivava a Geronimo, il Partenio tratteneva il fiato: sapevi che stava per succedere qualcosa, che un difensore sarebbe finito a terra ingannato da un doppio passo o da una finta di corpo che profumava di terra battuta e di campetti di Lima.C’era una bellezza malinconica nel suo modo di stare in campo, una solitudine da ala destra vecchio stampo che abbracciava la linea di gesso bianca come se fosse l'unico confine sicuro del mondo. Poi venne il passaggio all'Udinese, un altro calcio, un'altra salvezza da conquistare, e infine gli anni a San Vito dei Normanni, a chiudere una carriera che non si è mai nutrita di grandi trofei ma dell'affetto incondizionato della gente di provincia. Oggi, a pensarci bene, ricordare Barbadillo significa ricordare un calcio che non c'è più, fatto di numeri dall'uno all'undici, di campi pesanti che si trasformavano in fango alle prime piogge d'autunno e di campioni stranieri che non cercavano le luci della ribalta dei grandi club, ma sceglievano di diventare dei re immortali nelle piazze più calde e passionali della provincia italiana. Resta l'immagine di quei calzettoni arrotolati sulle caviglie, un manifesto di libertà e di anarchia tattica che ancora oggi fa battere il cuore a chi ha avuto la fortuna di vederlo correre.






