C’era qualcosa di profondamente geometrico eppure assolutamente poetico nel modo in cui Ramón Díaz calpestava l’erba dei nostri stadi negli anni Ottanta. Non aveva la potenza devastante dei centravanti moderni, non cercava lo scontro fisico; lui preferiva sfiorare la partita, quasi galleggiandoci sopra, armato di un sinistro che sembrava sintonizzato su una frequenza radio segreta, accessibile solo ai geni e ai malinconici. Quando arrivò in Italia, portava con sé il profumo del River Plate e quell'aria da tango triste di chi sa che il calcio è un'arte sublime ma effimera, un gioco di sguardi prima che di muscoli. Ricordarlo oggi significa riaprire un cassetto pieno di schedine del Totocalcio, di domeniche invernali passate con la radiolina incollata all'orecchio e di campi pesanti dove il suo biondo ciuffo argentino splendeva come una torcia nel nebbione del nord.La sua avventura italiana è stata un viaggio attraverso piazze diverse, un romanzo d'amore a puntate dove ogni tifoseria ha lasciato un pezzo di cuore. A Napoli mostrò i primi bagliori di una classe purissima, ma fu forse ad Avellino che Ramón divenne un mito pagano, un dio dell'improbabile capace di trasformare la provincia in un palcoscenico d'avanguardia. Vedere quel ragazzo esile inventare traiettorie impossibili tra le maglie delle grandi squadre era una lezione di resistenza poetica. Poi vennero la Fiorentina e soprattutto l'Inter dei record del 1989, dove Diaz si consacrò come il partner perfetto, l'uomo assist e il realizzatore spietato che danzava attorno ad Aldo Serena, completando un mosaico perfetto con la precisione di un orafo. Non faceva rumore quando segnava; il pallone gonfiava la rete con un fruscio leggero, quasi a non voler disturbare l'incanto di un'azione nata da un suo ricamo vellutato.
Di lui ci resta la nostalgia per un calcio che non esiste più, un calcio fatto di tiri a giro che accarezzavano il palo interno e di finte di corpo capaci di mandare al bar i difensori più arcigni dell'epoca d'oro della Serie A. Ramón Díaz non gridava mai la sua grandezza, la sussurrava attraverso passaggi millimetrici e sorrisi accennati, come se sapesse già come sarebbe andata a finire l'azione un secondo prima degli altri. Era l'ultimo romantico di un'Argentina che sapeva unire la furbizia della strada alla nobiltà del tocco di palla. Oggi, quando il gioco si fa troppo frenetico e muscolare, l'immagine di quel furetto col numero nove o undici sulle spalle torna a trovarci nei sogni calcistici più puri, ricordandoci il tempo in cui bastava un suo controllo orientato per farci credere che la bellezza potesse davvero salvare il mondo, o almeno una domenica pomeriggio.






