mercoledì 20 maggio 2026

Amarcord: Angelo Frappampina

 


Amarcord: Angelo Frappampina

Angelo Frappampina è stato il profumo di un calcio che non c’è più, un calcio romantico cucito sui campi di terra battuta, sulle maglie di lana spesse che si pesavano col fango e sulle domeniche in cui la radio era l'unico ponte verso il sogno. Nato a Taranto, in quella Puglia dove il sole picchia forte e il mare detta il ritmo dei pensieri, ha portato in giro per l'Italia l'orgoglio verace della sua terra, trasformando il ruolo di terzino in una ballata di corsa, polmoni e generosità.C’è una poesia profonda nella sua storia, scritta soprattutto con i colori del Bari, del Bologna e del Napoli. Quando Frappampina scendeva in campo, non c’erano calcoli tattici esasperati o lavagne luminose; c’era l’istinto primordiale di chi doveva coprire la fascia, rincorrere l'ala avversaria come se ne valesse della propria vita e poi ripartire, con i capelli al vento e i calzettoni perennemente abbassati, a crossare al centro per la testa del centravanti. A Bologna ha respirato la storia della Serie A, il fascino di uno stadio monumentale come il Comunale, lasciando il segno in anni di transizione in cui il calcio italiano stava cambiando pelle, diventando più cinico. Ma lui no, lui è rimasto fedele alla sua natura di operaio del pallone, uno di quegli eroi silenziosi che i tifosi amano follemente perché in campo mettevano l'anima prima dei piedi. E poi Napoli, una piazza che vive di passioni assolute e viscerali, dove Frappampina ha saputo farsi voler bene per la sua genuinità, incastrandosi perfettamente in quel mosaico azzurro fatto di calore, Core 'ngrato e speranze di riscatto meridionale.Rivedere oggi le sue vecchie figurine Panini fa stringere il cuore di nostalgia: lo sguardo fiero, i baffi tipici di quell'epoca dorata a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, l'espressione di chi sapeva benissimo da dove era partito e quanto fosse prezioso ogni singolo minuto passato su quei prati verdi. Angelo Frappampina non ha vinto palloni d'oro e il suo nome non riempie gli almanacchi dei trionfi internazionali, ma appartiene a quella schiera di calciatori immortali che hanno reso grande questo gioco proprio perché erano vicini alla gente, umani, tangibili. È il ricordo di un calcio romantico in cui ci si riconosceva nei propri beniamini, e lui, con la sua corsa infinita e il suo cuore grande, è stato la colonna sonora perfetta di un'epoca che continuiamo a rimpiangere e ad amare

Amarcord: Francesco Romano

 


Amarcord: Francesco Romano

Ci sono fili sottili, invisibili eppure d’acciaio, che legano la storia di una città a quella di un uomo che ci passa quasi per caso, cambiando tutto. Se chiudi gli occhi e pensi al Napoli del primo scudetto, la mente va subito al genio assoluto di Diego, alla foga di Bagni, ai gol di Giordano. Ma c’è un respiro, un battito regolare che ha permesso a quella meravigliosa macchina da guerra di mettersi in moto, e quel battito ha il nome e il cognome di Francesco Romano. Arrivò all’ombra del Vesuvio nell'ottobre del 1986, in un autunno che profumava già di storia ma che portava con sé i dubbi di un inizio di campionato zoppicante, privo di quella luce geometrica capace di far girare la squadra. Il Napoli lo prese dalla Triestina, in Serie B, quasi in silenzio, mentre i riflettori erano tutti per i grandi palcoscenici. Eppure, dal momento esatto in carezza il prato del San Paolo, quell'uomo con la maglia numero quattro sulle spalle e i modi composti sembra prendere in mano le chiavi della città. Non aveva il passo del velocista, Romano, ma possedeva la dote più rara per un centrocampista: la velocità del pensiero. Laddove gli altri correvano, lui guardava; laddove gli altri lottavano, lui trovava la linea di passaggio pulita, limpida, quasi geometrica. Diventò subito il "Tota", il geometra di un’orchestra che aspettava solo il suo direttore d'aula per permettere al primo violino, Maradona, di suonare la melodia più alta. C’è una poesia profonda nel suo modo di stare in campo, una pulizia stilistica che contrastava e al tempo stesso esaltava la foga agonistica dei compagni di reparto. Esordisce contro la Roma, una partita sentita e bloccata, e con la sua calma olimpica trasforma la transizione del Napoli in un meccanismo perfetto. Con lui in campo la squadra non perde quasi più, trova equilibrio, impara a respirare nei momenti di affanno e ad accelerare quando lo decide il suo cervello geometrico. Segna anche gol pesanti, come quello alla Juventus, ma la sua vera bellezza stava nell'ombra, in quell'altruismo calcistico di chi sa che il passaggio perfetto vale quanto una rete. Francesco Romano ha rappresentato l'anello mancante, la normalità straordinaria che ha reso possibile il mito. Quando il San Paolo esplose in quel maggio del 1987, festeggiando un trionfo atteso da sessant'anni, nei caroselli e nelle lacrime della gente c'era impresso lo stile discreto di questo ragazzo venuto dal nord ma diventato napoletano nell'anima e nel destino. Un ricordo che non sbiadisce, perché la bellezza del calcio risiede spesso proprio in quegli eroi silenziosi che, senza urlare mai, hanno saputo indicare la strada per il paradiso.

Amarcord: Salvatore Bagni


 Amarcord: Salvatore Bagni

C’era un tempo in cui il calcio non si guardava con il telecomando in mano e gli algoritmi negli occhi, ma si respirava come polvere e sudore sui gradoni di cemento, e in quel tempo, a cavallo tra le nebbie della Pianura Padana e il sole accecante del Golfo, si muoveva l’ombra febbrile e indomabile di Salvatore Bagni. Per raccontarlo non servono date infilate in fila come grani di un rosario spento, né capitoli di un manuale di storia sportiva, perché Salvatore non è stato una pagina di statistica: è stato un sentimento violento, un battito cardiaco accelerato, una scossa elettrica che ha attraversato il Paese da nord a sud, cambiando pelle e cambiando il modo stesso di concepire il centrocampo.All’inizio, per tutti, era quel ragazzo emiliano con i capelli al vento e le gambe lunghe che strappava le zolle a Carpi e poi a Perugia, un’ala destra d’assalto che profumava di giovinezza e di gol improvvisi, capace di infilarsi nelle difese altrui con l’incoscienza di chi non ha nulla da perdere. Aveva la corsa leggera dei poeti di provincia e il gol facile, tanto da guadagnarsi la chiamata dell’Inter, dove la Madonnina lo accolse come la promessa di una fantasia corsara. Ma la bellezza profonda di Bagni non stava nella sua capacità di segnare o di crossare dal fondo; la sua vera epopea comincia quando decide di arretrare il suo raggio d’azione, quando capisce che la sua vera missione non è dipingere sulla tela, ma diventare la tela stessa, il ferro, la trincea. Rino Marchesi prima e il destino poi lo spostano in mezzo al campo, e lì l'ala raffinata si trasforma in un mediano d’assalto, un cacciatore di palloni, un polmone d'acciaio che non conosceva la fatica né la paura.Quando Salvatore Bagni arriva a Napoli, nell’estate del 1984, l’aria è già elettrica per l’arrivo di un re venuto da Baires, ma è proprio accanto a quel monarca assoluto che l'emiliano trova la sua definitiva consacrazione mistica. Diego faceva magie con il sinistro, ma Salvatore era l’uomo che gli copriva le spalle, il guerriero che andava a riprendersi il pallone nel fango per consegnarlo intatto alla divinità. Si stabilisce un legame che va oltre il calcio: una fratellanza di sangue, di sudore e di brividi. Bagni a Napoli diventa un idolo totale perché gioca senza parastinchi, con i calzettoni abbassati sulle caviglie nude, come i gladiatori antichi che rifiutavano le corazze per sentire meglio il morso della battaglia. C’era qualcosa di profondamente poetico e drammatico in quelle gambe esposte ai tacchetti avversari, una dichiarazione d’amore assoluta al gioco e alla folla che urlava il suo nome al San Paolo.Il suo era un calcio di sciabola e di fioretto insieme. Poteva recuperare palla con una scivolata disperata a metà campo e, un secondo dopo, inventare un lancio millimetrico di trenta metri, oppure inserirsi senza palla per scaraventare in rete un pallone vagante, correndo poi sotto la curva con i pugni chiusi e le vene del collo pronte a scoppiare. Era l'anima di quel Napoli che per la prima volta nella storia strappò lo scudetto ai poteri del Nord. In quel memorabile maggio del 1987, Salvatore Bagni non era solo un calciatore; era il simbolo di un riscatto sociale, il braccio armato di un popolo che aveva trovato in lui il perfetto interprete della propria foga, del proprio orgoglio ferito e finalmente vincente.Eppure, la sua grandezza è rimasta per sempre legata anche a un’estetica della ribellione, a quel carattere spigoloso e fiero che non faceva sconti a nessuno. Come quando, in un pomeriggio infuocato all'Olimpico contro la Roma, osò sfidare l'intero stadio con quel gesto dell'ombrello che divenne immediatamente iconografia pura degli anni Ottanta, un fermo immagine di spavalderia e di anarchia sportiva che gli costò caro, ma che raccontava perfettamente chi fosse l'uomo: uno che non sapeva fingere, che viveva i novanta minuti come una questione di vita o di morte, senza calcoli diplomatici. Anche l’addio al Paradiso azzurro, consumato nell’amarezza di una rivolta di spogliatoio dopo uno scudetto svanito nel nulla l'anno successivo, ha il sapore delle grandi tragedie greche, dove gli eroi cadono non per mancanza di valore, ma per l'eccesso della loro stessa passione.Rivedere oggi le immagini sfocate di quel tempo, con i colori saturi della televisione analogica, restituisce l'immagine di un calcio che non c'è più, un calcio fatto di facce vere, di baffi d'ordinanza e di polveroni in mezzo all'area di rigore. Salvatore Bagni ne resta il ricordo più vivido: un cavaliere senza macchia e senza parastinchi, che ha saputo correre per due, amare per mille e lasciare nelle orecchie di chi c'era il rumore inconfondibile dei suoi tacchetti che picchiano sul pavimento del tunnel, pronti a incendiare la domenica

Amarcord: Luciano Castellini

 


Amarcord: Luciano Castellini

C’è un’immagine che più di tutte racconta Luciano Castellini, ed è un volo sghimbiobo, una traiettoria che sfida le leggi della fisica e del buon senso. Lo chiamavano Giacu, come si fa con i ragazzi di terra piemontese, ma per tutto il resto d'Italia era semplicemente il Giaguaro. Non era un portiere, era un felino prestato al fango delle aree di rigore degli anni settanta e ottanta, un uomo che cuciva la propria solitudine tra i pali con il filo dell'istinto puro.Vederlo giocare significava accettare il brivido dell'imprevisto. Castellini non aspettava il pallone: lo batteva sul tempo, lo aggrediva, lo andava a ghermire lassù dove l’aria si faceva sottile o giù, tra i tacchetti affilati degli attaccanti, senza mai calcolare il rischio. Aveva i baffi folti, lo sguardo vivo di chi ha visto la palla passare mille volte e una maglia nera, o grigia, che sembrava un'armatura da cavaliere operaio. C’era qualcosa di profondamente romantico nella sua sagoma che si stagliava contro il cielo plumbeo di Torino, sponda granata, dove è diventato leggenda, e poi sotto il sole umido di Napoli, dove ha regalato gli ultimi sprazzi di un'eleganza selvaggia.Cresciuto nel Monza, è nel Torino che Castellini trova la sua vera dimensione mitologica. Quel Toro degli anni settanta, guidato da Gigi Radice, era una macchina di foga e poesia, di pressing tremendista e cuori pulsanti. E dietro a tutti, a fare da ultimo baluardo, c’era lui. Nel 1976, l'anno dello storico scudetto arrivato dopo i patimenti del post-Superga, le sue parate non furono semplici interventi tecnici, ma veri e propri atti di fede. Abbandonava la linea di porta con uscite spericolate, volando a pugni chiusi per respingere non solo il pallone, ma anche la paura. Chi c’era al Comunale in quegli anni ricorda il boato della curva ogni volta che il Giaguaro si staccava da terra: un istante di sospensione in cui il tempo si fermava, prima dell'atterraggio pesante sulla terra battuta, con la sfera stretta al petto come un tesoro strappato ai pirati.Poi, quando la parabola granata andò a spegnersi, il destino lo portò all'ombra del Vesuvio. A Napoli, Castellini non arrivò da redivivo, ma da saggio profeta del volo. San Paolo lo adottò subito, riconoscendo in quel portiere acrobatico lo stesso spirito indomito della città. Anche se gli anni avanzavano, i riflessi rimanevano quelli del predatore. Memorabile rimase una sua parata su colpo di testa a colpo sicuro di Inter ed Juventus, miracoli visivi che facevano saltare in piedi i centomila del San Paolo. Pulito, leale, mai sopra le righe fuori dal campo, ma un demonio elettrico non appena scoccava il novantesimo. Ha difeso la porta azzurra fino alle soglie dell'era maradoniana, passando il testimone a una nuova epoca ma lasciando nei cuori napoletani il ricordo di un'insuperabile dignità sportiva.Oggi, ripensare a Luciano Castellini significa fare un viaggio in un calcio che non c'è più, un calcio fatto di numeri dall'uno all'undici, di campi pesanti che profumavano d'erba tagliata e fango, e di portieri che non sapevano cosa significasse giocare il pallone con i piedi, perché il loro unico scopo, la loro unica ossessione, era toccare il cielo con le mani per deviare una minaccia in angolo. Resta la poesia di un uomo che ha saputo essere felino tra gli uomini, custode silenzioso di sogni della domenica, lasciando dietro di sé la scia luminosa dei suoi voli immortali

mercoledì 13 maggio 2026

Amarcord: Verona campione d'Italia 1984-85


 Il calcio, a volte, decide di deviare dal copione già scritto e di regalare l'immortalità a chi ha passato una vita intera nell'ombra della provincia. Nel maggio del 1985, l'Italia calcistica ha assistito alla nascita di un miracolo straordinario, un'opera d'arte dipinta con i colori del cielo e del sole, impressa per sempre nella pietra di Verona. Lo scudetto dell'Hellas Verona nella stagione 1984-1985 rimane la pagina più romantica, pura e incredibile della storia del nostro sport, una favola d'altri tempi che ha ribaltato le gerarchie dei grandi imperi industriali del Nord e del Sud.Per capire l'immensità di quell'impresa bisogna respirare l'aria di quegli anni. Quella era l'epoca d'oro del calcio italiano, il campionato più difficile, spietato e affascinante del pianeta. Ogni domenica i campi della Serie A si trasformavano in arene leggendarie dove si sfidavano i più grandi fuoriclasse della storia: Diego Armando Maradona incantava Napoli, Michel Platini guidava la Juventus, Zico illuminava Udine, Sócrates danzava a Firenze e Karl-Heinz Rummenigge trascinava l'Inter. Pensare che in mezzo a costellazioni di tale magnitudo potesse splendere, più luminosa di tutte, la stella di una squadra di provincia era pura follia. Eppure, quella follia si è fatta carne, sudore e trionfo.Al timone di quella ciurma di sognatori c'era Osvaldo Bagnoli, un uomo della periferia milanese, silenzioso, pragmatico, fatto di poche parole ma di una saggezza calcistica sconfinata. Bagnoli non cercava la ribalta dei media, parlava con il lavoro quotidiano e sapeva toccare le corde giuste nell'anima dei suoi ragazzi. Sotto la sua guida, quel Verona non era semplicemente una squadra di calcio, ma un'orchestra sinfonica perfetta, dove ogni elemento conosceva a memoria lo spartito e suonava per il compagno vicino. Non c'erano egoismi, non c'erano primedonne, ma solo un blocco granitico unito da un amore viscerale per la maglia e da una fame di riscatto che superava ogni ostacolo.In campo quel miracolo prendeva forma attraverso volti che sarebbero diventati leggenda. C'era la leadership carismatica di Claudio Garella in porta, un portiere atipico, sgraziato nelle movenze ma straordinariamente efficace, capace di respingere i palloni anche con i piedi e con il corpo pur di difendere la propria rete. La difesa era una fortezza d'altri tempi, guidata dal capitano Roberto Tricella, un libero elegante e intelligente, coadiuvato dalla grinta inesauribile di colossi come Silvano Fontolan e Luciano Marangon. A centrocampo batteva il cuore pulsante della squadra: la corsa infinita di Pietro Fanna, le geometrie precise di Antonio Di Gennaro e il sacrificio di Domenico Volpati, un calciatore-medico che correva per tre.Ma a far compiere il salto di qualità definitivo a quel gruppo furono due innesti stranieri che trovarono a Verona la loro terra promessa. Hans-Peter Briegel, il panzer tedesco, un concentrato di potenza atletica e determinazione d'acciaio, capace di dominare la mediana e di spingersi in avanti a segnare gol pesantissimi. E poi lui, Preben Elkjær Larsen, il vichingo danese, un attaccante travolgente, folle, romantico. Elkjær incarnava lo spirito libero di quel Verona; indimenticabile rimane il suo gol alla Juventus, segnato dopo una cavalcata irresistibile sulla fascia sinistra, privo della scarpa destra, persa in un contrasto, ma spinto dentro solo dalla forza della volontà e dell'orgoglio. Davanti, a raccogliere i frutti di tanto gioco, c'era Giuseppe Galderisi, "Nanu", un attaccante rapido e letale, sempre pronto a graffiare nei momenti decisivi.La cavalcata del Verona fu una marcia trionfale vissuta con il fiato sospeso, domenica dopo domenica, in un crescendo di emozioni che contagiò un'intera città. Verona si scoprì improvvisamente capolista e, invece di farsi schiacciare dalla vertigine dell'altezza, continuò a volare con la leggerezza di chi sa di non aver nulla da perdere e tutto da conquistare. Lo stadio Marcantonio Bentegodi divenne un tempio di passione assoluta, un catino ribollente di cori, bandiere gialle e blu e sogni ad occhi aperti. La vittoria contro la Juventus, il trionfo a San Siro contro il Milan, la resistenza stoica sui campi più difficili della penisola: ogni partita era una battaglia di un'epopea cavalleresca.Il culmine di questo viaggio straordinario arrivò il 12 maggio 1985, sul campo di Bergamo contro l'Atalanta. Bastava un punto per toccare il cielo. Fu una partita tesa, vibrante, dove il cuore batteva forte nel petto di migliaia di tifosi giunti da Verona e di milioni di appassionati che, da casa, tifavano per la vittoria dei più deboli. Il gol del pareggio firmato da Elkjær sancì l'uno a uno definitivo. Al triplice fischio dell'arbitro, il tempo si fermò. Il Verona era Campione d'Italia.Quello che accadde dopo appartiene alla storia del costume e dell'anima di una città. Verona esplose in una festa totale, colorata, commovente. Le strade, le piazze, l'Arena millenaria si tinsero di giallo e di blu in un abbraccio collettivo che cancellava ogni distinzione sociale. Padri e figli piangevano insieme, increduli di fronte a un'impresa che sembrava sfidare le leggi stesse della natura. Era la vittoria della provincia laboriosa, del calcio rurale e autentico, della programmazione e dell'amicizia contro i miliardi e lo strapotere dei club più blasonati.A distanza di decenni, lo scudetto del Verona del 1985 non ha perso un briciolo del suo fascino e della sua poesia. Rimane come un faro di speranza nel calcio moderno, il promemoria eterno che nel gioco del pallone, così come nella vita, il cuore, l'organizzazione e la passione profonda possono ancora sconfiggere i giganti. Gli eroi di quella stagione sono entrati nel mito, e ogni volta che un bambino indossa una maglia giallobù, stringe tra le mani il filo invisibile di quella splendida, indimenticabile follia.

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lunedì 11 maggio 2026

Amarcord: Luciano Sola

 


C'è un’immagine che, più di ogni altra, restituisce il senso profondo della permanenza di Luciano Sola nel cuore pulsante di Napoli. È l’immagine di un gregario silenzioso che corre tra i giganti, un uomo che ha saputo abitare l’ombra con la stessa dignità con cui altri reclamavano la luce. Scrivere di lui significa immergersi in quella Napoli degli anni Ottanta, una città sospesa tra il sogno e la realtà, tra la polvere di un passato difficile e il luccichio dell'oro che Diego Armando Maradona stava spargendo sul prato del San Paolo.

Luciano Sola non era il fuoriclasse dal tocco vellutato, non era l’idolo delle copertine patinate, ma era il polmone pulsante di una squadra che stava imparando a vincere. Arrivato dal Bari con l'etichetta del faticatore di centrocampo, Sola portava con sé quell'umiltà laboriosa tipica di chi sa che ogni centimetro di campo va guadagnato con il sudore. In quel Napoli che profumava di rivoluzione, lui era il custode degli equilibri, colui che correva per tre affinché il Dieci potesse inventare l'impossibile.
Il 1987 resta l’anno del destino, il momento in cui la storia ha deciso di voltarsi a guardare Napoli. Sola era lì, un tassello fondamentale in quel mosaico perfetto assemblato da Ottavio Bianchi. Non era una comparsa; era l'uomo delle missioni delicate, quello a cui affidare il compito di ringhiare sulle caviglie dell'avversario più pericoloso. Vederlo giocare era come osservare un artigiano al lavoro: preciso, costante, infaticabile. Mentre lo stadio esplodeva per una punizione di Diego o una galoppata di Giordano, c’erano occhi attenti che coglievano la bellezza di un suo recupero difensivo, di una diagonale fatta con i tempi giusti, di un appoggio semplice ma vitale.
C’è un romanticismo antico nel suo modo di intendere il calcio. Luciano Sola rappresentava l'affidabilità. In un’epoca in cui il calcio stava iniziando a diventare spettacolo scintillante, lui restava ancorato ai valori del sacrificio. I tifosi lo amavano perché in lui vedevano lo specchio della loro stessa fatica quotidiana: la capacità di soffrire senza lamentarsi, di lottare contro i pregiudizi e di arrivare, finalmente, sul tetto d'Italia. Il primo Scudetto e la Coppa Italia del 1987 portano anche la sua firma, scritta in piccolo ma con un inchiostro indelebile.
Vivere quegli anni a Napoli significava respirare un’elettricità costante. Sola ha saputo gestire quella pressione con una serenità d’altri tempi. Non ha mai cercato il protagonismo forzato; gli bastava sapere di aver dato tutto. Quando oggi si rievocano quei nomi – Bagni, De Napoli, Ferrario, Renica – il nome di Luciano Sola emerge come un accordo necessario in una sinfonia meravigliosa. È stato il mediano del popolo, l'uomo che ha permesso alla fantasia di volare tenendo i piedi ben piantati nel fango della battaglia.
Ricordarlo oggi significa onorare un calcio che forse non esiste più, fatto di appartenenza e di silenzi operosi. Luciano Sola è stato un pezzo di cuore di una Napoli che scopriva la propria grandezza. Ogni volta che un tifoso azzurro chiude gli occhi e ripensa alla festa del maggio '87, tra i volti rigati di lacrime e i sorrisi increduli, c'è anche il suo: quello di un ragazzo arrivato dalla provincia che, con la maglia azzurra cucita addosso, è diventato eterno nella memoria di una città che non dimentica mai i suoi guerrieri gentili.

domenica 10 maggio 2026

Amarcord: Luigi Caffarelli

 


C'era un tempo in cui il calcio non era un’industria globale ma un battito cardiaco collettivo, un’epoca in cui la maglia azzurra del Napoli pesava quanto il piombo e splendeva quanto l’oro. In quel mosaico di leggende che stavano per cambiare la storia, c’era un ragazzo nato a Barra che portava in campo l’anima di una città intera. Luigi Caffarelli non era semplicemente un calciatore; era il soffio di vento che accompagnava l’ascesa del re, l’operaio specializzato che permetteva ai geni di dipingere, il figlio di Napoli che ce l’aveva fatta partendo dal fango dei campi di periferia per arrivare a toccare il cielo sopra il San Paolo. Guardarlo correre sulla fascia era come osservare un atto d’amore ininterrotto verso la propria terra. Aveva quella corsa generosa, mai doma, di chi sa che ogni zolla conquistata è un centimetro di dignità strappato al destino. Non aveva bisogno di fare rumore con le parole perché parlavano i suoi polmoni. Era l’uomo dell’equilibrio, colui che si sobbarcava i chilometri che altri non potevano o non volevano fare, permettendo a Diego di inventare mondi paralleli con il sinistro. Ma ridurre Caffarelli a un semplice gregario sarebbe un peccato mortale contro la memoria storica: Luigi era intelligenza tattica pura, era il senso del posizionamento, era quel gol iconico di testa contro l’Udinese che fece esplodere Fuorigrotta, dimostrando che anche chi non è un gigante può svettare più in alto di tutti se spinto dalla passione.Vivere quegli anni significava sentire il profumo dell’impossibile che diventava realtà. Caffarelli c’era quando il Napoli era una speranza e c’era quando divenne una certezza. Ha vissuto l’attesa febbrile, il rumore dei tacchetti nel tunnel e il boato assordante di ottantamila anime che lo chiamavano per nome. È stato il trait d'union perfetto tra il vivaio e la gloria internazionale, il simbolo di una "napoletanità" che non si piangeva addosso ma che lottava, sudava e vinceva. In ogni suo scatto c’era il riscatto di un popolo, in ogni suo cross c’era la precisione di chi vuole bene ai compagni.Oggi, ripensando a Luigi Caffarelli, ci invade una nostalgia dolce. È la nostalgia per un calcio dai volti puliti, dove l’attaccamento alla maglia non era uno slogan da social network ma una pelle tatuata sull’anima. Lo rivediamo lì, con i riccioli al vento e lo sguardo fiero, mentre alza la Coppa o festeggia lo Scudetto, consapevole di aver messo un mattone fondamentale in quella cattedrale di sogni che fu il Napoli degli anni Ottanta. Un eroe silenzioso, un pezzo di cuore azzurro che non smetterà mai di correre nei nostri ricordi più belli, ricordandoci che per diventare immortali non serve sempre stare sotto la luce dei riflettori, a volte basta essere l'anima instancabile di una meraviglia chiamata squadra.

Amarcord: Angelo Frappampina

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