domenica 31 maggio 2026

Amarcord: Raimondo Marino


 Amarcord: Raimondo Marino

Il nome di Raimondo Marino evoca immediatamente quel calcio di un’epoca sospesa, dove i difensori avevano facce segnate dalla fatica e i passaporti sportivi si scrivevano sul campo, domenica dopo domenica, senza sconti. Chi lo ha visto giocare lo ricorda come una colonna d'area, un calciatore generoso e ruvido il giusto, capace di incarnare lo spirito più autentico della provincia calcistica italiana e di reggere l'urto dei palcoscenici più prestigiosi. C’è una nostalgia sottile nel ripensare alle sue chiusure tempestive e a quella maglia del Catanzaro addosso, simbolo di un Sud che sfidava i giganti del Nord a viso aperto e senza paura. Marino era il prototipo del difensore affidabile, uno di quelli che gli allenatori volevano sempre in rosa perché sapevano che non avrebbe mai tirato indietro la gamba, pronto a sacrificarsi per la squadra fino all'ultimo secondo di recupero. Il suo percorso si intreccia inevitabilmente con i ricordi di domeniche passate alla radio, con Tutto il calcio minuto per minuto che gracchiava dai transistor e i campi di Serie A che sembravano arene polverose. Vederlo svettare di testa nell'area di rigore significava sicurezza, un senso di appartenenza a un calcio romantico che oggi fatichiamo a ritrovare tra algoritmi e lavagne tattiche esasperate. Ha vestito colori storici, ha vissuto le promozioni e le retrocessioni con la stessa dignità professionale, lasciando un segno indelebile nel cuore dei tifosi della Lazio, del Lecce e di tutte le piazze che hanno avuto la fortuna di vederlo lottare per la propria bandiera. Oggi quel calcio fatto di marcature a uomo asfissianti e di tackle decisi ma leali ci manca, e la figura di Raimondo Marino resta impressa nella memoria collettiva come una figurina intramontabile, il ritratto di un professionista serio che ha dato tutto se stesso al gioco più bello del mondo.
Certamente, il legame tra Raimondo Marino e il Napoli rappresenta forse il capitolo più intimo e formativo della sua intera parabola calcistica. L'azzurro non è stato semplicemente un colore sulla sua pelle, ma il punto di partenza di tutto, il luogo dove un giovane ragazzo nato a Messina, che da giovanissimo aveva conosciuto la fatica vera del mare, si è trasformato in un calciatore di Serie A. Arrivato nel settore giovanile partenopeo, ha scalato le gerarchie fino a conquistare uno storico scudetto Primavera nella stagione 1978-1979, l'anticamera del grande salto. L'esordio in prima squadra arrivò in un pomeriggio di ottobre del 1979, catapultato a soli diciotto anni nella scala del calcio, a San Siro contro l'Inter, sotto la guida di Luís Vinicio che scelse di dargli fiducia senza timori reverenziali. Vivere Napoli in quegli anni Ottanta significava respirare un'atmosfera unica, un misto di febbrile attesa e di rivoluzione tecnica. Marino è cresciuto calcisticamente spalleggiato da giganti della difesa come Giuseppe Bruscolotti e Moreno Ferrario, imparando il mestiere della marcatura ferrea e del sacrificio e assorbendo la leadership del leggendario Ruud Krol. Ma il destino gli riservò il privilegio più grande che un calciatore dell'epoca potesse desiderare: condividere lo spogliatoio, il campo e la quotidianità con Diego Armando Maradona. In quel Napoli che si avviava a diventare grande, Marino non era solo un gregario silenzioso, ma un pezzo di quel nucleo storico che ha gettato le fondamenta per i trionfi futuri, collezionando oltre 130 presenze complessive in maglia azzurra e segnando anche gol pesanti. Proprio Maradona lo considerava un amico vero, tanto da chiedergli di non lasciare la città quando, nell'ottobre del 1986, le dinamiche del calciomercato e alcune incomprensioni tattiche lo spinsero ad accettare la chiamata della Lazio. Quella cessione, avvenuta pochi mesi prima della storica festa del primo scudetto del maggio 1987, privò Marino della gioia del titolo sul campo, ma non cancellò l'affetto profondo e indelebile della tifoseria. Ripensare a Raimondo Marino a Napoli significa evocare l'immagine di un difensore d'altri tempi che scattava al fianco del dieci più forte della storia, un operaio del pallone che ha onorato la maglia azzurra con l'onestà e la fierezza tipiche dei grandi eroi della provincia meridionale.

giovedì 28 maggio 2026

Amarcord: Giuseppe Bruscolotti

 


Amarcord: Giuseppe Bruscolotti

C’era un tempo in cui il calcio non si guardava con i pollici su uno schermo, ma si respirava nei vicoli, si ascoltava alla radio con il cuore in gola e si misurava sui polpacci dei difensori. In quel tempo sospeso, tra la fine degli anni Settanta e l’alba dorata degli anni Ottanta, Napoli non cercava un re: cercava un muro. E quel muro trovò le sembianze, la roccia e l'anima di Giuseppe Bruscolotti da Sassano.Lo chiamavano ’O Palo ’e Fierro, il palo di ferro, e non c’era ironia in quel soprannome, ma una devozione assoluta, quasi religiosa. Se l’avversario saltava l’ala, se la palla superava la linea mediana e l’orizzonte si faceva minaccioso come il cielo sul golfo prima di una tempesta, la gente a Fuorigrotta sapeva che là dietro, all'altezza dell'area di rigore, si sarebbe eretto l’argine. Bruscolotti non danzava sul pallone, non cercava la grazia della finta o l'estetica del ricamo. Il suo calcio era un atto di resistenza civile, una promessa d'amore scritta con i tacchetti sul prato del San Paolo. Sentiva l'attaccante respirargli sul collo e lo cancellava dal campo con un'applicazione feroce, pulita ma spietata, fatta di anticipi che sembravano colpi di scure e di chiusure che strappavano l'applauso più di un gol all'incrocio dei pali.Indossare quella maglia azzurra, per lui, non era un impiego, era un’investitura. In ogni goccia di sudore che rigava il suo volto squadrato c’era la fatica di un popolo intero, la rabbia di una città che voleva riprendersi una dignità troppe volte calpestata dal nord calcistico opulento e vincente. Bruscolotti incarnava la parte più fiera, solida e verace di Napoli: quella che non si arrende, che stringe i denti, che sputa sangue e che, alla fine, non cade. Per sedici anni ha presidiato quella fascia e quell'area come un guardiano del faro, vedendo passare campioni e meteore, allenatori e presidenti, rimanendo sempre l'unico punto fermo, la certezza a cui aggrapparsi nei pomeriggi d'inverno.Poi, un giorno d’estate del 1984, dal cielo di Capodichino discese il Messia. Arrivò Diego, e il destino decise che era ora di smettere di soffrire. Ma per fare spazio alla leggenda, c’era bisogno di un ultimo, immenso atto di nobiltà. Bruscolotti, che della squadra era il capitano indiscusso, il capo tribù, l'uomo dello spogliatoio, andò da Maradona. Non ci furono lunghi discorsi, perché gli uomini di quel calcio si capivano con uno sguardo. Gli tese la fascia. Gli disse, con la voce ferma di chi sa cosa sia il bene supremo, che quel pezzo di stoffa spettava a lui, a patto che portasse Napoli sul tetto d'Italia. Fu il passaggio di consegne più poetico della storia del club: la roccia che si sottometteva al genio, il ferro che si faceva custode dell'oro.

mercoledì 27 maggio 2026

Amarcord: Antonio Carannante

 


Amarcord: Antonio Carannante

C’è un odore particolare che si porta addosso chi è nato a Pozzuoli, una mescolanza di zolfo, salsedine e terra vulcanica che non si lava via neanche se ti metti la maglia più bella del mondo. Antonio Carannante quel profumo ce l’aveva nei piedi, in quel sinistro educato e furente che spingeva sulla fascia con la fame di chi sa che a Fuorigrotta non si va a giocare, si va a compiere una missione di popolo. Era il ragazzo del vivaio, quello che quando entrava in campo al San Paolo sentiva il boato non come un applauso, ma come il respiro di sua madre, dei suoi vicini di casa, di un’intera città che lo guardava dalle finestre dei vicoli. Era un calcio polposo, fatto di fango vero, di tacchetti di ferro che scavavano l’erba e di rincorse infinite dietro a ali destre che sembravano furetti. Lo chiamavano il "nuovo Cabrini" quando il vento soffiava a favore, perché aveva quella corsa elegante ma densa, quel modo di crossare che sembrava un invito a nozze per la testa degli attaccanti, una parabola disegnata con il compasso dell'anima. Ma la bellezza di Carannante non stava nelle stimmate del predestinato; stava nella carne viva della sua generosità, nella sfortuna maledetta di quell'infortunio che gli rubò i passi proprio nell'anno dello scudetto più bello, costringendolo a guardare la festa dal ballatoio, con il cuore gonfio e le stampelle a fare da cornice a un trionfo che era suo fin nell'infanzia. Poi c’è quella notte a Stoccarda, una roba che a raccontarla oggi fa venire la pelle d'oca, un frammento di pura epica meridionale dove il destino ti bussa alla porta quando meno te lo aspetti. Si fa male Alemão, l'aria si fa pesante, lo stadio tedesco è una bolgia di cemento e birra, e tocca a lui. Antonio entra con le ginocchia che tremano ma il cuore fermo, si piazza lì in mezzo al campo, morde le caviglie, stringe i denti anche quando il corpo vorrebbe cedere e gioca una partita monumentale, una di quelle prestazioni nascoste che non vanno nei titoli dei giornali ma che i vecchi tifosi si tramandano come i segreti di famiglia. C'era Diego lì di fianco, l’uomo venuto da un altro pianeta, ma per Antonio quel capitano era solo il compagno a cui dare il pallone pulito, l'amico da proteggere dalle mazzate dei difensori europei. La sua è stata una traiettoria umana prima che sportiva, un viaggio tra il mare di Napoli, la provincia operaia di Ascoli e la nebbia romantica di Piacenza, lasciando ovunque il ricordo di un calcio che profumava di pane fresco, dove un terzino sinistro non era un algoritmo di copertura o una statistica di passaggi chiave, ma un polmone aperto che correva per novanta minuti per regalare una domenica di dignità a chi non aveva niente. Antonio Carannante è stato questo: un pezzo di pane azzurro, autentico e spigoloso come la pietra focaia delle sue terre, un gregario con i piedi da artista che ha saputo vincere tutto restando se stesso, con quell'espressione un po’ timida e lo sguardo fiero di chi, dal cortile di casa, è arrivato a toccare il cielo d'Europa senza mai dimenticare il sapore della terra da cui era partito.

Amarcord: Paolo Dal Fiume


 Amarcord: Paolo Dal Fiume

C’è un calcio che non abita più nelle statistiche fredde dei computer o nei riflessi patinati delle televisioni a pagamento, ma vive immobile e lucido nel riflesso di una pozzanghera, sul fango di un campo di provincia dove la domenica profumava di caffè corretto e fumo di sigarette popolari. Evocare il nome di Paolo Dal Fiume significa sollevare una zolla di quella terra antica, far respirare di nuovo un’epoca in cui i calciatori non erano icone distanti ma operai del rettangolo verde, uomini con la fatica dipinta sul volto e il sudore che impregnava maglie di lana pesante, destinate a farsi armature sotto la pioggia battente. Paolo da Giulianova portava dentro di sé il ritmo lento e profondo dell’Adriatico, una sapienza antica fatta di attese e di partenze improvvise, di polmoni larghi che sembravano non esaurirsi mai mentre arava la fascia destra con la flemma e la ferocia dei giusti. Quando arrivò a Perugia, in quell’Umbria di miracoli calcistici e di nebbie fitte che salivano dal Tevere, il suo calcio trovò una consacrazione mistica, diventando il motore silenzioso di una squadra che sfiorò lo scudetto senza perdere mai una sola partita, un’eresia meravigliosa e irripetibile scritta col fuoco dell’anima. Lo vedevi correre con la testa alta e quel fare un po’ dinoccolato, il baricentro basso e la capacità innata di trovarsi sempre dove il pallone esigeva rispetto, un equilibratore di destini che sapeva artigliare la sfera e scaricarla con la precisione di un geometra prestato alla polvere. Poi ci fu l’azzurro di Napoli, un amore viscerale e tempestoso, uno scenario dove il suo moto perpetuo divenne il contrappunto perfetto per la fantasia dei vicoli, il polmone d’acciaio che permetteva ai geni del gol di inventare la bellezza mentre lui, dietro, ripuliva i palloni con la dignità di un artigiano e la forza di un guerriero sannita. C’è una poesia non scritta nei suoi inserimenti senza palla, in quei gol pesanti che arrivavano come sentenze improvvise a squarciare il silenzio delle domeniche d’inverno, quando il San Paolo ruggiva e lui correva sotto la curva con le braccia al cielo, senza l’arroganza dei divi ma con la gioia pura di un ragazzo che ha appena battuto i rivali nel cortile sotto casa. Udine fu un altro capitolo di terra e di cielo, un Friuli operaio e orgoglioso dove Dal Fiume portò l’esperienza dei suoi anni migliori, la saggezza tattica di chi sa leggere i rimbalzi del cuoio prima ancora che tocchi il suolo, diventando il custode di un centrocampo che doveva fare i conti con la verticalità del calcio moderno che avanzava. Non c’erano coreografie studiate nei suoi gesti, non c’erano tatuaggi a raccontare storie finte, ma solo i segni dei tacchetti sulle gambe e lo sguardo fiero di chi non ha mai arretrato di un millimetro, né davanti al fuoriclasse straniero né di fronte al mediano di rottura pronto a spezzargli il fiato. Paolo Dal Fiume appartiene a quel romanzo popolare che è stato il calcio italiano degli anni settanta e ottanta, una sinfonia di spalti gremiti oltre il limite, di radioline incollate all’orecchio e di sogni che duravano lo spazio di novanta minuti, prima di tornare alla vita di sempre con le scarpe infangate e il cuore pieno di una passione pulita. Rivedere oggi una sua corsa, un suo recupero scivolato sulla trequarti, significa compiere un viaggio sentimentale in un tempo in cui il pallone era ancora un gioco di sentimenti forti, di fedeltà alla maglia e di sudore benedetto, una nostalgia canaglia che ci stringe la gola ogni volta che un vecchio album di figurine si apre da solo su quel volto serio, pulito, intramontabile.

martedì 26 maggio 2026

Amarcord: Luca Fusi


 Amarcord: Luca Fusi

C’era un calcio, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, che non aveva bisogno di copertine patinate per essere leggendario. Era un calcio di fango, marcature a uomo, maglie di lana che pesavano il doppio sotto la pioggia e silenzi carichi di dignità. In quel teatro di giganti e fantasisti, Luca Fusi è stato l’essenza stessa dell’equilibrio, l’uomo invisibile senza il quale i sognatori non avrebbero mai potuto spiccare il volo.Non cercatelo nei dribbling da capogiro o nelle esultanze sfrontate sotto la curva. Fusi lo dovevi cercare nel battito cardiaco della partita, lì dove l'azione avversaria nasceva e lui, con la precisione di un chirurgo e la grazia silenziosa di un custode, la spegneva sul nascere. Aveva una corsa geometrica, elegante nella sua apparente semplicità, e un’intelligenza tattica che profumava di saggezza antica.C’è una poesia profonda nella sua avventura a Napoli. Arrivò all'ombra del Vesuvio per dare sostanza a un centrocampo che doveva proteggere ed esaltare il genio assoluto di Diego Armando Maradona. Mentre il mondo intero guardava il fango trasformarsi in oro sotto i piedi del dieci, Luca Fusi era lì, a coprire le spalle, a correre per tre, a recuperare palloni impossibili con il garbo di chi non vuole disturbare. In quella memorabile cavalcata del 1989, culminata con la conquista della Coppa UEFA nella notte di Stoccarda, Fusi fu la cerniera d'acciaio che teneva unito il sogno alla realtà. E l'anno successivo, nell'apoteosi del secondo scudetto azzurro, la sua presenza fu il cemento invisibile di un'opera d'arte destinata all'immortalità. Poi il destino, o forse quella sua stessa natura di nomade silenzioso del centrocampo, lo portò a Torino, sulla sponda granata. Lì, sotto la guida di Emiliano Mondonico, Fusi divenne il capitano e l'anima di una squadra operaia e bellissima. Fu l'architetto di quella notte magica di Amsterdam, nella finale di Coppa UEFA del 1992, dove il Toro si fermò solo davanti alla sfortuna e a tre legni clamorosi, sventolando una sedia al cielo come simbolo di una fiera ribellione. Sollevò la Coppa Italia nel 1993, stringendo al petto un trofeo che per il popolo granata valeva una vita intera. E infine la Juventus, dove visse gli ultimi scorci di una carriera monumentale, aggiungendo un altro scudetto e una Coppa Italia alla sua bacheca, sempre fedele a se stesso, mai una parola fuori posto, mai un accenno di protagonismo. Ricordare Luca Fusi oggi significa provare nostalgia per quel calcio operaio che sapeva essere immensamente poetico. Non ha mai cercato la luce dei riflettori, eppure ha illuminato il gioco di ogni squadra in cui ha militato. È stato il mediano perfetto, il guardiano del faro, l'uomo che puliva i palloni sporchi per riconsegnarli al mondo splendenti e pronti per l'arte. Il suo amarcord non è fatto di urla, ma del rumore sordo di un contrasto pulito, del sudore onesto sulla fronte e del rispetto infinito di compagni e avversari.

Amarcord: Alessandro Renica

 


Amarcord: Alessandro Renica

Il nome di Alessandro Renica evoca immediatamente un brivido che corre lungo la schiena di chi ha vissuto gli anni d'oro del calcio meridionale, un'epoca in cui il pallone non era soltanto un gioco ma un riscatto sociale, un poema epico scritto sul prato verde del San Paolo. Immaginare Renica significa visualizzare un cavaliere dall'armatura lucente posta a difesa dell'area di rigore, un libero d'altri tempi capace di coniugare la fierezza del guerriero con l'eleganza assoluta del sognatore. Non era semplicemente un difensore, ma un architetto delle retrovie che sapeva guardare oltre la linea dell'orizzonte, lanciando il cuore e la sfera laddove gli altri vedevano solo barriere insormontabili. Il suo incedere a testa alta, con la maglia azzurra che sembrava cucita addosso come una seconda pelle, emanava una calma olimpica e al tempo stesso una determinazione feroce, la consapevolezza di chi sa che ogni contrasto è una battaglia per la storia. Il culmine della sua epopea, il momento in cui il calciatore si è fatto mito e la cronaca è diventata leggenda, resta per sempre scolpito in quella notte magica di Coppa UEFA contro la Juventus, un frammento di tempo assoluto in cui l'orologio sembrava essersi fermato. Mancavano pochi battiti di ciglia alla fine dei tempi supplementari, le gambe pesavano come piombo e il respiro era un rantolo nella nebbia della fatica, quando quel cross teso attraversò l'area di rigore come una cometa. In quel preciso istante Renica non ha solo colpito il pallone di testa, ma ha spinto in fondo alla rete l'orgoglio, le speranze e le lacrime di un intero popolo che attendeva da sempre quel momento di gloria assoluta. Il boato che ne seguì non fu un semplice urlo di gioia, ma un terremoto emotivo che scosse le fondamenta della città, un canto di liberazione che incoronò quel ragazzo venuto dal nord come un eroe d'altri tempi, un figlio adottivo di una terra che sa amare fino all'estremo. C'era qualcosa di poeticamente eroico nel suo modo di sacrificarsi per la causa, nel suo stringere i denti nei momenti di sofferenza e nel saper dialogare con il genio assoluto di Maradona con la naturalezza di chi condivide lo stesso destino di grandezza. Alessandro Renica ha rappresentato la perfetta sintesi tra l'ordine tattico e l'anarchia controllata del talento, un baluardo insostituibile che sapeva trasformarsi all'occorrenza nell'arma letale, nel colpo di scena che ribalta il copione di una tragedia già scritta. Oggi il ricordo delle sue scivolate precise, dei suoi lanci millimetrici e di quella corsa sfrenata con le braccia al cielo dopo il gol della vita rimane come un affresco indelebile nella memoria collettiva, il racconto appassionato di un calcio romantico che non c'è più ma che continua a vivere nel cuore di chi c'era e di chi, ancora oggi, si commuove sentendo pronunciare il suo nome

domenica 24 maggio 2026

Amarcord: Tebaldo Bigliardi

 


Amarcord: Tebaldo Bigliardi 

Tebaldo Bigliardi non era il re del palcoscenico, non si prendeva la copertina nei giorni di festa, ma era l'uomo di ferro su cui poggiavano le fondamenta di quel Napoli epico, la roccia calabrese che aveva il compito sacro di tenere unita la trincea azzurra mentre Maradona dipingeva capolavori divini.Arrivato dalla Sicilia, dove aveva già mostrato tempra e carattere, si immerse immediatamente nell'anima profonda della città. Nella Napoli degli anni ottanta, ogni singolo giocatore diventava parte di una famiglia allargata, e lui seppe farsi voler bene da tutti per la sua generosità, per il sudore versato senza mai chiedere nulla in cambio, per quel modo umile e fiero di intendere il mestiere del difensore.Non si tirava mai indietro Tebaldo, pronto a immolarsi in marcatura sui giganti più temuti d'Europa. Lo si ricorda stringere i denti, rincorrere campioni inarrivabili con il cuore oltre ogni limite, senza paura, con la consapevolezza che ogni singola goccia di fatica serviva a proteggere il sogno di un intero popolo. E nel suo sguardo, prima di entrare in campo, c'era tutta la passione di chi sapeva di vivere un momento storico, irripetibile.Ha vissuto da protagonista silenzioso, alzando al cielo trofei che hanno cambiato per sempre la geografia del calcio italiano ed europeo, come i due scudetti, la Coppa Italia e la storica Coppa UEFA. Quando guardiamo le immagini di quel periodo d'oro, tra le urla festanti del San Paolo e le magie dei fuoriclasse, non possiamo dimenticare il volto concentrato di Bigliardi, un gregario di lusso che ha scritto pagine indelebili di pura poesia sportiva.

Amarcord: Raimondo Marino

  Amarcord: Raimondo Marino Il nome di Raimondo Marino evoca immediatamente quel calcio di un’epoca sospesa, dove i difensori avevano facce ...