sabato 21 marzo 2026

Amarcord: Bernd Schuster riguardo Maradona

 


“Quello che ho visto fare a Maradona non l'ho mai più visto fare da nessuno, e mi riferisco soprattutto ai campioni di oggi, non gli si avvicinano nemmeno per sbaglio.

Potrei dirvene tante specie in allenamento dove era difficile persino pensarle certe giocate. 


Una volta Diego fece un assolo, dribblò il portiere, poi arriva Gerardo (Miranda) che voleva parare sulla linea e si butta dentro con tutto quello che ha. Ma Diego fa un ulteriore dribbling a 1 metro dalla linea e la mette in porta. 



L’avversario finisce dritto sul palo con le gambe aperte…. una cosa dolorosa. Maradona dopo si scusò. È così che era. Non voleva umiliare l’avversario. Cose del genere erano solo nella sua natura. Erano fuori da ogni logica in ambito sportivo.”



Bernd Schuster

venerdì 20 marzo 2026

Amarcord: Alessandro Nesta


 "Chi nasce in periferia ha spesso la tendenza a considerarsi svantaggiato. Invece ha un’arma in più rispetto agli altri: la furbizia. La strada ti sveglia, ti insegna a vivere, ti dà delle motivazioni diverse. Io da piccolo pensavo solo al calcio. Quando stavo da solo, fantasticavo di giocare all’Olimpico. Quando mio padre mi comprava gli scarpini nuovi, dormivo tenendoli ai piedi per sformarli. Mio padre era fissato col calcio, ma soprattutto con la Lazio. A Cinecittà, quartiere romanista, stavamo in un palazzo gigante, c’erano forse 300 famiglie, eppure ci conoscevano tutti: eravamo i Nesta, i laziali... Non volevo andare via dalla Lazio. Io avevo giocato solo lì e pensavo che avrei finito alla Lazio. Due anni prima ero stato richiesto

dal Real Madrid e avevo rifiutato. Oggi ancora ci penso, però il destino mi ha premiato e sono finito al Milan, quasi costretto. Ma oggi ringrazio Dio: ho vinto quello che ho vinto, sono stato meravigliosamente a Milano. Ma andare via dalla Lazio e da Roma è stato comunque come strappare delle radici profonde."
Alessandro Nesta è stato senza dubbio uno dei più grandi difensori italiani di sempre. Forte fisicamente, abile nel gioco aereo ed insuperabile nei contrasti, abbinava le caratteristiche peculiari dei difensori vecchio stampo con una classe ed un'eleganza quasi inusuali per il ruolo.

Amarcord: Carletto Mazzone


 “Vi racconto questa. Una volta in un Derby stavamo vincendo di misura con goal di Signori ed eravamo in grande sofferenza. Ai tempi l’arbitro alzava la mano per indicare la fine della partita, non c’erano tabelloni con il cronometro. Ad un certo punto l’arbitro Lucci fischia e alza la mano e io comincio a correre in mezzo al campo, ma aveva solo fischiato un fallo. Mi sono reso conto che i giocatori continuavano a giocare e tra frastuono e fumogeni ho perso l’orientamento e sono quasi scivolato ritrovandomi vicino alla panchina della Roma. Lì c’era Mazzone, che mi guarda e mi fa:

"A Manzi’ ma ndo’ c**** vai?'”
Maurizio Manzini, storico Team Manager della Lazio, racconta un divertente aneddoto con Carlo Mazzone.

lunedì 16 marzo 2026

Amarcord: Nando De Napoli

 


"Il primo scudetto è il ricordo di un’emozione che non ho mai più vissuto in vita mia. Non sentivamo neanche il fischio dell’arbitro, correvamo solo con la felicità di aver scritto una pagina di storia fantastica. Diego era immenso, gli ho visto fare dei numeri anche in allenamento irripetibili, sono stato fortunato a far parte di quel Napoli ma si vinceva anche perché c’era una squadra forte che lo supportava... Vestire la maglia dell’Avellino mi ha dato però maggiori emozioni che giocare con Maradona. Non era semplice uscire da un paese di 2000 abitanti ed imporsi nel grande calcio. Io giocavo in mezzo alla strada, sull'asfalto; non c’era neanche il campo all’epoca a Chiusano. La maglia dell’Avellino ce l’ho ancora conservata, le altre le ho regalate tutte."

Nando De Napoli è stato, tra gli anni 80 e la prima parte degli anni 90, una dei migliori interpreti nel suo ruolo: ruba palloni e mediano di rottura, dotato di un buon destro capace di far male dalla distanza, si distingueva per la grinta e lo spirito battagliero. Dopo l'esordio in A con la maglia dei Lupi fu acquistato dal Napoli, divenendo elemento cardine della squadra che fece sognare un'intera città. Auguri di buon compleanno a 'Rambo' De Napoli che compie gli anni il 15 marzo.

sabato 14 marzo 2026

Amarcord: Marcello Lippi


 “La mattina guardo il mare dal terrazzo della mia casa sul lungomare, poi scendo a fare due passi, oppure prendo la bicicletta. Ma le giornate non passano mai. A volte i giorni sono un problema, specialmente i pomeriggi d’inverno così lunghi.

La mattina scendo al mare, poi verso l’ora di pranzo raggiungo Simonetta (la moglie, ndr) nell’altra nostra casa, quella tra la pineta e Torre del Lago, e mangiamo qualcosa insieme.


Mi concedo un mezzo bicchiere di vino, così mi prende sonno e posso riposare sul divano. Poi bisogna fare arrivare le sette di sera. Mi annoio un po.


I ricordi sono tanti e non li mando via, anche perché sono quasi tutti felici, però non rivorrei niente indietro, dal momento che ho avuto tutto. Ho avuto la vita migliore del mondo, il mio tempo va bene così.”


 Marcello Lippi
Fonte: Fanpage

Amarcord: Roberto Baggio

  


«Mi sono sempre considerato una persona comune, sono cresciuto da bambino con il sogno di una finale mondiale con il Brasile: non ho un ricordo nitido del perché, ma mi ha accompagnato per tutta la vita.

Avevo una passione smisurata, vivevo solo per il calcio, era l'unica cosa che consideravo importante nella mia vita quando ero giovane.
La passione è qualcosa che ti smuove dentro dalla mattina alla sera, Anzi, alla notte. L'ultimo pensiero prima di addormentarmi era come vincere il Mondiale, sognavo un gol in rovesciata in finale con il Brasile e poi mi addormentavo.
Invece si è compiuto l'unico finale al quale non avevo pensato...
Avrei rinunciato a tutto per vincere quel Mondiale americano, lo rincorrevo sin da piccolo.
Non potrò mai dimenticarlo: ho visto lo striscione del traguardo senza tagliarlo, è l'amarezza più grande della mia carriera da calciatore.
Per me è stata una tragedia personale incredibile, mi porto ancora dentro il peso di quell'errore: è l'unico rimpianto, mi ha tolto la gioia più grande. Ho sbagliato e me ne prendo la responsabilità.
Io in tre Mondiali ho perso sempre ai rigori, nel 1990 vincemmo sei partite con un pareggio. Non è semplice da digerire.
Ma racconto anche un aneddoto.
La mia ultima partita, pur non ufficiale, è stata a Roma: era una gara inter religiosa, organizzata da papa Francesco.
Mi ero allenato tre mesi per fare un tempo, mi sono stirato un polpaccio a tre giorni dalla partita e ho capito che quello è il mio karma, devo sempre pagare qualcosa, non c'è niente da fare. Ci tenevo, ma anche lì è stata sempre la stessa storia: io mi devo fare male...
Mia madre mi ha sempre detto: "Abbi speranza" e questo è quello che ho ritrovato nel buddismo, ti fa tirare fuori qualità che non pensavo di avere.
Mi mancava un mezzo per sapere che dipendeva tutto da me, così ho cambiato la mia vita: ho trasformato la sofferenza in energia, gli ostacoli e le cadute sono limiti della mente e il buddismo a me l'ha pulita, è scattato qualcosa nella mia testa. Iniziai a praticare il primo gennaio 1988, non lo avevo ancora detto ai miei: glielo riferii quando tornai a casa da Firenze, dissi che mi dava una gioia incredibile.
Mia madre ordinò a mio padre, dopo avermi ascoltato: "Chiamiamo un'ambulanza, lo abbiamo perso".
Una volta era difficile uscire da certi schemi...
Nel 2002 non desideravo altro che tornare a giocare il Mondiale.
Fu una delusione incredibile per tantissimi motivi, mi aspettavo di andare, sono tornato dopo 77 giorni dalla rottura di un legamento crociato e ho segnato subito due gol: ho giocato tre partite, ci siamo salvati e avevo ancora un mese davanti prima dell'inizio del Mondiale.
Trapattoni mi disse che aveva paura che mi sarei fatto male, ma era una scusa che usò quando mi chiamò.
Io gli dissi: "Se mi faccio male smetto, ho 35 anni: non può farmi questo, è un'ingiustizia". Ci tenevo a un'ultima occasione.
Carletto Mazzone era una persona perbene, unica, diceva una cosa ed era quella: poche regole ma valevano per tutti.
Mi sono trovato bene perché era pulito e schietto, è nata così questa amicizia: avrei dato la vita per lui, sentivo un debito di gratitudine nei suoi confronti, non mi voleva nessuno dopo tre mesi nei quali mi ero allenato solo a casa.
Nessuno mi chiamava, anche se il mio cartellino non costava: il mio sogno era finire a Vicenza per chiudere un cerchio, ma nessuno si è fatto vivo.
Poi è arrivata la telefonata di Mazzone, gli dissi che volevo solo giocare: a Brescia sono stati quattro anni strepitosi - tre con lui - con risultati per noi incredibili come la finale d'Intertoto con il Psg.
Altri allenatori parlavano per mezz'ora, lui in due minuti era chiaro: sapevamo che dovevamo lasciare tutto in campo.
L'operazione a 18 anni mi ha condizionato tutta la carriera, anche quando le cose andavano bene non potevo del tutto gioire perché non sapevo mai come sarei stato il giorno dopo, ho sempre camminato sul filo del rasoio.
Il Var mi avrebbe tutelato di più, una volta era un gioco al massacro per i giocatori come me: prendevi botte che non sapevi neanche da dove arrivavano.
E le barriere non erano mai a 9.15 metri ai miei tempi, Maradona e Mihajlovic segnavano con la barriera a 5 metri. Il Var non lo vuole solo chi vive di polemiche, io sono per le regole: esiste in tutti gli sport.
La vita nel verde oggi mi fa stare bene e mi riempie le giornate.
Ai nostri ragazzi, io e mia moglie diciamo di essere bravi ascoltatori: spesso siamo troppo concentrati su noi stessi.
E mi piace da matti vivere in collina, il verde mi manca quando sono via: mi fa stare bene e mi riempie le giornate, anche solo per fare pulizia e manutenzione.
Ho dovuto capire e conoscere l'uso di attrezzi come la motosega e l'escavatore, con le pendenze rischi di farti male. Il successo per me è nella semplicità, nel dare valore a qualunque cosa.
La gioia e la felicità si nascondono dentro a questo, altrimenti non trovi pace".
ROBERTO BAGGIO alla rivista Forbes

venerdì 13 marzo 2026

Amarcord: Bruno Conti

 


Eppure Nils Liedholm l'aveva detto.

E forti sospetti c’erano, per chi aveva visto le partite. Non solo quelle della Roma.
Il Mundial di Bruno Conti non inizia in Spagna nel giugno del 1982: inizia un anno e mezzo prima, esattamente il 1° novembre 1980. E' un sabato pomeriggio e lui gioca nel suo stadio, l'Olimpico, Italia-Danimarca per la qualificazione mondiale. Non va bene, siamo rattoppati: mancano Oriali, Antognoni e Causio. E tanto per cambiare, Bearzot è quotidianamente insultato dalla critica . Non solo: Bruno Conti ha ancora nel curriculum solo 24 minuti in maglia azzurra . Palla a lui a destra, spalle alla porta : il tacco sublime ubriaca due danesi e lancia profondo Gentile, che crossa per la volèe di Graziani , 1-0.
Trovate lo spazio in cineteca.
Ripresa: corner di Bruno Conti e Graziani incorna preciso, 2-0 .
L'altra gara delicata per la qualificazione è due settimane dopo con la Jugoslavia a Torino. Apre Cabrini dal dischetto. Poi Bruno Conti regala il sigillo con uno scavetto sull'uscita di Pantelic : 2-0 e siamo praticamente qualificati .
Già, Nils Liedholm l'aveva detto, precisamente il 22 maggio 1982: Bruno Conti farà un grande Mundial.
Non si sono accorti in tanti di quella dichiarazione. Erano troppo impegnati in un altro sport: il tiro al Bearzot.
Sull'album Panini scrivono : Bruno Conti, ala destra. In realtà lui gioca su tutte e due le fasce. E funge anche da regista della squadra. Chi l'ha detto? Enzo Bearzot.
A proposito, a fine partita quella sera al Bernabeu, gli mettono davanti un microfono. E, prima di andarsi a prendere la Coppa del Mondo, Bruno saluta così :
"Abbiamo dimostrato che sappiamo anche giocare a calcio" .
Poi il signor Edson Arantes do Nascimiento, per tutti Pelè, sentenzia: Bruno Conti è il miglior giocatore del Mundial. Scusa Bruno hai sentito, hai letto ? “ Ma forse Pelè ha esagerato”.
Subito dopo aver alzato la Coppa del Mondo, ce ne andiamo a Nettuno per far visita a Bruno. Una cosina veloce, un caffè : niente, non puoi prendere un caffè con lui. Ti travolgono.
Pensate che un giornalista durante la prima fase del Mundial accennò a Bruno, come se volesse metterlo in discussione. Mister Bearzot rispose: “Bruno Conti è un guerriero e ai guerrieri io non rinuncio”. Forse quel giornalista non era ancora nato il giorno di Italia-Perù (gol pazzesco di Bruno con un siluro di destro). “Superata la prima fase, abbiamo giocato alla giornata. Quando abbiamo battuto l’Argentina, c’è stata la svolta: ciascuno di noi ha capito che col Brasile potevamo vincere, ma nessuno l’ha detto . E neppure dopo il Brasile si è pensato al titolo mondiale. Il pensiero l’abbiamo fatto dopo il gol di Rossi alla Germania. A quel punto sì, ma avevamo già in mano i tedeschi. L’uomo in più è stato Bearzot. Il segreto è stato la convinzione, l’unità e la presa di coscienza”.
Senti Bruno, dopo questo superMundial, ti vogliono le squadre brasiliane, ti vuole il Tottenham. Che fai ? “Proprio adesso? Allora non avete capito bene: io voglio vincere uno Scudetto con la Roma”.
Lo vincerà.
E buon compleanno a Bruno Conti .
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(Intervista a Luciano Bertolani – Corsera)

Amarcord: Bernd Schuster riguardo Maradona

  “Quello che ho visto fare a Maradona non l'ho mai più visto fare da nessuno, e mi riferisco soprattutto ai campioni di oggi, non gli s...