«Mi sono sempre considerato una persona comune, sono cresciuto da bambino con il sogno di una finale mondiale con il Brasile: non ho un ricordo nitido del perché, ma mi ha accompagnato per tutta la vita.
Avevo una passione smisurata, vivevo solo per il calcio, era l'unica cosa che consideravo importante nella mia vita quando ero giovane.
La passione è qualcosa che ti smuove dentro dalla mattina alla sera, Anzi, alla notte. L'ultimo pensiero prima di addormentarmi era come vincere il Mondiale, sognavo un gol in rovesciata in finale con il Brasile e poi mi addormentavo.
Invece si è compiuto l'unico finale al quale non avevo pensato...
Avrei rinunciato a tutto per vincere quel Mondiale americano, lo rincorrevo sin da piccolo.
Non potrò mai dimenticarlo: ho visto lo striscione del traguardo senza tagliarlo, è l'amarezza più grande della mia carriera da calciatore.
Per me è stata una tragedia personale incredibile, mi porto ancora dentro il peso di quell'errore: è l'unico rimpianto, mi ha tolto la gioia più grande. Ho sbagliato e me ne prendo la responsabilità.
Io in tre Mondiali ho perso sempre ai rigori, nel 1990 vincemmo sei partite con un pareggio. Non è semplice da digerire.
Ma racconto anche un aneddoto.
La mia ultima partita, pur non ufficiale, è stata a Roma: era una gara inter religiosa, organizzata da papa Francesco.
Mi ero allenato tre mesi per fare un tempo, mi sono stirato un polpaccio a tre giorni dalla partita e ho capito che quello è il mio karma, devo sempre pagare qualcosa, non c'è niente da fare. Ci tenevo, ma anche lì è stata sempre la stessa storia: io mi devo fare male...
Mia madre mi ha sempre detto: "Abbi speranza" e questo è quello che ho ritrovato nel buddismo, ti fa tirare fuori qualità che non pensavo di avere.
Mi mancava un mezzo per sapere che dipendeva tutto da me, così ho cambiato la mia vita: ho trasformato la sofferenza in energia, gli ostacoli e le cadute sono limiti della mente e il buddismo a me l'ha pulita, è scattato qualcosa nella mia testa. Iniziai a praticare il primo gennaio 1988, non lo avevo ancora detto ai miei: glielo riferii quando tornai a casa da Firenze, dissi che mi dava una gioia incredibile.
Mia madre ordinò a mio padre, dopo avermi ascoltato: "Chiamiamo un'ambulanza, lo abbiamo perso".
Una volta era difficile uscire da certi schemi...
Nel 2002 non desideravo altro che tornare a giocare il Mondiale.
Fu una delusione incredibile per tantissimi motivi, mi aspettavo di andare, sono tornato dopo 77 giorni dalla rottura di un legamento crociato e ho segnato subito due gol: ho giocato tre partite, ci siamo salvati e avevo ancora un mese davanti prima dell'inizio del Mondiale.
Trapattoni mi disse che aveva paura che mi sarei fatto male, ma era una scusa che usò quando mi chiamò.
Io gli dissi: "Se mi faccio male smetto, ho 35 anni: non può farmi questo, è un'ingiustizia". Ci tenevo a un'ultima occasione.
Carletto Mazzone era una persona perbene, unica, diceva una cosa ed era quella: poche regole ma valevano per tutti.
Mi sono trovato bene perché era pulito e schietto, è nata così questa amicizia: avrei dato la vita per lui, sentivo un debito di gratitudine nei suoi confronti, non mi voleva nessuno dopo tre mesi nei quali mi ero allenato solo a casa.
Nessuno mi chiamava, anche se il mio cartellino non costava: il mio sogno era finire a Vicenza per chiudere un cerchio, ma nessuno si è fatto vivo.
Poi è arrivata la telefonata di Mazzone, gli dissi che volevo solo giocare: a Brescia sono stati quattro anni strepitosi - tre con lui - con risultati per noi incredibili come la finale d'Intertoto con il Psg.
Altri allenatori parlavano per mezz'ora, lui in due minuti era chiaro: sapevamo che dovevamo lasciare tutto in campo.
L'operazione a 18 anni mi ha condizionato tutta la carriera, anche quando le cose andavano bene non potevo del tutto gioire perché non sapevo mai come sarei stato il giorno dopo, ho sempre camminato sul filo del rasoio.
Il Var mi avrebbe tutelato di più, una volta era un gioco al massacro per i giocatori come me: prendevi botte che non sapevi neanche da dove arrivavano.
E le barriere non erano mai a 9.15 metri ai miei tempi, Maradona e Mihajlovic segnavano con la barriera a 5 metri. Il Var non lo vuole solo chi vive di polemiche, io sono per le regole: esiste in tutti gli sport.
La vita nel verde oggi mi fa stare bene e mi riempie le giornate.
Ai nostri ragazzi, io e mia moglie diciamo di essere bravi ascoltatori: spesso siamo troppo concentrati su noi stessi.
E mi piace da matti vivere in collina, il verde mi manca quando sono via: mi fa stare bene e mi riempie le giornate, anche solo per fare pulizia e manutenzione.
Ho dovuto capire e conoscere l'uso di attrezzi come la motosega e l'escavatore, con le pendenze rischi di farti male. Il successo per me è nella semplicità, nel dare valore a qualunque cosa.
La gioia e la felicità si nascondono dentro a questo, altrimenti non trovi pace".
ROBERTO BAGGIO alla rivista Forbes

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