venerdì 12 giugno 2026

Amarcord: Beniamino Vignola

 


Amarcord: Beniamino Vignola

Il calcio degli anni Ottanta custodisce segreti che la memoria distratta del presente rischia di sbiadire, ma ci sono nomi che, appena pronunciati, riaccendono una luce caldissima, una nostalgia canaglia di stadi pieni di fumo, spalti di cemento e maglie di lana spessa. Beniamino Vignola è stato l’incarnazione perfetta di quel calcio poetico, un principe del centrocampo nato all'ombra dell'Arena di Verona ma consacratosi meridionale nel profondo dell'Irpinia, prima di diventare il prezioso alter ego del re a Torino. Quando pensi a lui, non puoi non rivedere quel sinistro vellutato, quel modo elegante di accarezzare il pallone a testa alta, rallentando il tempo per poi accelerarlo con un lancio millimetrico o una punizione che scavalcava la barriera come una carezza assassina.Arrivò ad Avellino che era poco più di un ragazzo, ma in quella terra ferita dal terremoto e aggrappata al miracolo della Serie A trovò una seconda pelle. Il Partenio non era un semplice stadio, era un catino ribollente di passione ancestrale, una fortezza dove le grandi del nord tremavano ancora prima di scendere dal pullman. Vignola si prese le chiavi del centrocampo irpino con la flemma dei grandi registi e l'ardore di chi sposa una causa; ogni suo assist per Juary o per Bergossi non era solo un gesto tecnico, ma un mattone per la salvezza di un intero popolo che nel pallone cercava il riscatto quotidiano. In quel verde d'Irpinia, Beniamino dipinse le sue prime vere magie, dimostrando che si poteva essere raffinati esteti anche nella battaglia più faticosa della provincia italiana.Poi arrivò la chiamata della Juventus, la Vecchia Signora che cercava un ricambio di lusso, un uomo capace di dare respiro a nientemeno che Michel Platini. Entrare in quel centrocampo stellare avrebbe potuto schiacciare chiunque, ma Vignola accettò la sfida con la nobiltà d'animo dei grandi comprimari, diventando un "dodicesimo uomo" leggendario. Quando Platini arretrava o riposava, le chiavi del regno passavano a questo ragazzo biondo che non faceva rimpiangere il Re francese, anzi, vi infondeva una grazia tutta sua, fatta di geometrie pulite e improvvise fiammate. La notte più bella e struggente della sua vita sportiva resta quella di Basilea, nel maggio del 1984, la finale di Coppa delle Coppe contro il Porto: una partita che Beniamino marchiò a fuoco prima con un diagonale sinistro preciso come una sentenza che si insaccò nell'angolo opposto, e poi con l'assist al bacio per il gol vittoria di Boniek. In quella notte svizzera, Vignola toccò il cielo con un dito, dimostrando al mondo che la sua classe non era seconda a quella di nessuno.Il proseguo della sua carriera lo vide ritornare nella sua Verona, poi a Empoli, a Mantova, a chiudere un cerchio d'amore con il pallone, ma l'essenza profonda del Vignola calciatore resta sospesa tra il verde ruggente di Avellino e il bianconero regale di Torino. Era un calcio dove i numeri di maglia andavano dall'uno all'undici e i trequartisti avevano i piedi profumati di talento e la testa piena di visioni. Ricordare oggi Beniamino Vignola significa fare un viaggio nostalgico in un'epoca in cui ci si innamorava di un controllo orientato, di una finta di corpo che mandava al bar il difensore e di quella composta esultanza, quasi timida, di un ragazzo che sapeva di aver regalato un pezzo di bellezza a un popolo intero.

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