C’è un’ora precisa in cui la domenica, per milioni di italiani, smetteva di essere una scansione del calendario e diventava una stanza dell’anima: il momento in cui una voce grattata dal fumo e dalla notte entrava nelle case senza bussare, portando con sé l’odore dei campi bagnati e il battito profondo degli stadi. Sandro Ciotti non raccontava semplicemente una partita di pallone; egli ne scuciva la fodera per mostrarne i sentimenti, i fallimenti, le geometrie invisibili. Quella sua raucedine celebre, nata sotto il diluvio di una notte olimpica a Città del Messico, era diventata uno strumento musicale, un sax tenore prestato al giornalismo che trasformava una traiettoria di cuoio in un verso di poesia pop.Non c’era spazio per la freddezza dei numeri nel suo microcosmo. Quando prendeva la linea, spesso con quel sornione "Clamoroso al Cibali" rimasto scolpito nella memoria collettiva, il calcio si spogliava della sua veste industriale per ritrovare l’epica del fango e della gloria. Ciotti camminava dentro il rettangolo di gioco con la stessa elegante indolenza con cui frequentava i salotti della musica, amico profondo di Luigi Tenco, uomo d'arte prestato alla foga della Serie A. Sapeva che un dribbling riuscito aveva la stessa urgenza di un accordo minore in una canzone d'autore, e che un rigore parato assomigliava maledettamente a un addio consumato su una banchina ferroviaria.
C’era una precisione chirurgica eppure dolcissima nelle sue parole, un rifiuto totale del luogo comune che oggi suona come un miracolo perduto. Non urlava mai, Sandro. Non ne aveva bisogno: la sua autorità risiedeva nell’andamento sincopato delle frasi, nell’ironia tagliente che disinnescava le tensioni, in quella formidabile capacità di restituire la fisionomia di un atleta con un solo, fulmineo aggettivo. Quando il destino o l'età lo costrinsero a lasciare quel microfono che era stato il suo prolungamento vitale, il silenzio che seguì non fu solo l'assenza di una voce, ma la fine di un modo romantico e nobile di guardare al mondo e allo sport. Di lui ci resta quel graffio caldo nella memoria, la nostalgia di una domenica pomeriggio che profuma di giovinezza, di radioline incollate all'orecchio e di un uomo che, con un colpo di tosse e un sorriso invisibile, sapeva rendere eterno un novantesimo minuto.

Nessun commento:
Posta un commento