Amarcord: Raimondo Marino
domenica 31 maggio 2026
Amarcord: Raimondo Marino
Amarcord: Raimondo Marino
giovedì 28 maggio 2026
Amarcord: Giuseppe Bruscolotti
Amarcord: Giuseppe Bruscolotti
mercoledì 27 maggio 2026
Amarcord: Antonio Carannante
Amarcord: Antonio Carannante
Amarcord: Paolo Dal Fiume
Amarcord: Paolo Dal Fiume
martedì 26 maggio 2026
Amarcord: Luca Fusi
Amarcord: Luca Fusi
Amarcord: Alessandro Renica
Amarcord: Alessandro Renica
domenica 24 maggio 2026
Amarcord: Tebaldo Bigliardi
Amarcord: Tebaldo Bigliardi
Tebaldo Bigliardi non era il re del palcoscenico, non si prendeva la copertina nei giorni di festa, ma era l'uomo di ferro su cui poggiavano le fondamenta di quel Napoli epico, la roccia calabrese che aveva il compito sacro di tenere unita la trincea azzurra mentre Maradona dipingeva capolavori divini.Arrivato dalla Sicilia, dove aveva già mostrato tempra e carattere, si immerse immediatamente nell'anima profonda della città. Nella Napoli degli anni ottanta, ogni singolo giocatore diventava parte di una famiglia allargata, e lui seppe farsi voler bene da tutti per la sua generosità, per il sudore versato senza mai chiedere nulla in cambio, per quel modo umile e fiero di intendere il mestiere del difensore.Non si tirava mai indietro Tebaldo, pronto a immolarsi in marcatura sui giganti più temuti d'Europa. Lo si ricorda stringere i denti, rincorrere campioni inarrivabili con il cuore oltre ogni limite, senza paura, con la consapevolezza che ogni singola goccia di fatica serviva a proteggere il sogno di un intero popolo. E nel suo sguardo, prima di entrare in campo, c'era tutta la passione di chi sapeva di vivere un momento storico, irripetibile.Ha vissuto da protagonista silenzioso, alzando al cielo trofei che hanno cambiato per sempre la geografia del calcio italiano ed europeo, come i due scudetti, la Coppa Italia e la storica Coppa UEFA. Quando guardiamo le immagini di quel periodo d'oro, tra le urla festanti del San Paolo e le magie dei fuoriclasse, non possiamo dimenticare il volto concentrato di Bigliardi, un gregario di lusso che ha scritto pagine indelebili di pura poesia sportiva.
Amarcord: Raffaele Di Fusco
Amarcord: Raffaele Di Fusco
giovedì 21 maggio 2026
Amarcord: Massimo Filardi
Massimo Filardi non è stato semplicemente un calciatore; è stato una promessa sospesa nel vento di un’epoca calcistica che non c’è più, un frammento di cristallo purissimo rimasto incastrato nel cuore di Napoli e del Napoli. Parlare di lui oggi significa compiere un vero e proprio amarcord dell'anima, un viaggio a ritroso in quegli anni Ottanta dove il calcio profumava di erba bagnata, di fango genuino e di sogni verticali. C’era una poesia grezza e bellissima in quel ragazzo arrivato da Salerno, un difensore elegante ma implacabile che sembrava fatto della stessa materia di cui sono impastate le speranze dei giovani: quell'audacia un po' sfrontata di chi non ha nulla da perdere e tutto da conquistare.
Quando Massimo Filardi indossa la maglia azzurra per la prima volta, l'atmosfera attorno al Vesuvio è già satura di una febbrile elettricità. In città c'è Diego, il baricentro del mondo, l'uomo venuto a riscattare un popolo, e accanto a lui cresce una nidiata di ragazzi pronti a sputare sangue e a correre fino a consumarsi i polmoni. Filardi si impone subito con la forza della sua giovinezza, un terzino moderno in un calcio che stava cambiando pelle, capace di aggredire lo spazio ma anche di francobollarsi all'ala avversaria con una dignità d'altri tempi. La sua corsa sul binario difensivo era fluida, armonica, mossa da una passione viscerale che sugli spalti del San Paolo si percepiva a pelle, un legame immediato, un’empatia istintiva tra la curva e quel ragazzo che giocava con il cuore scoperto. C'è stato un momento in cui il futuro sembrava interamente suo, un'autostrada spalancata verso la gloria, la Nazionale, i trionfi più dolci. Quel Napoli che si avviava a vincere il suo primo storico scudetto lo vedeva tra i protagonisti più amati, un tassello fondamentale di un mosaico perfetto dove la grinta si sposava con la fantasia.
Ma il calcio, come la vita, sa essere di una bellezza straziante e, allo stesso tempo, di una crudeltà che toglie il fiato. Il destino si presentò sotto forma di un crac improvviso, il ginocchio che cede, il dolore che squarcia il silenzio di un allenamento, e improvvisamente quel sogno luminoso subisce una frenata brusca, violenta. Quel maledetto infortunio ai legamenti non fu solo un danno fisico, fu una ferita inferta alla poesia stessa di quella squadra. Filardi rimase a guardare i compagni salire sul tetto d'Italia, visse lo scudetto del 1987 con la gioia nel cuore ma con l'amarezza profonda di chi sa di aver dovuto abbandonare la trincea nel momento cruciale. Eppure, proprio in quel dolore, è uscita la grandezza passionale dell'uomo. Non si è mai sentito un estraneo, non ha mai rivendicato con egoismo il proprio pezzo di gloria, ma è rimasto aggrappato a quei colori con la fedeltà dei puri, amato dalla gente di Napoli proprio per quella sua sfortuna così nobile, così maledettamente meridionale nel suo connubio di talento e fatalità.
Il prosieguo della sua carriera lo ha visto lottare, cadere e rialzarsi, cercare altrove quella continuità che il corpo gli negava, ma l'impronta lasciata all'ombra del Vesuvio è rimasta indelebile, come un tatuaggio invisibile. Massimo Filardi è rimasto per sempre il simbolo di ciò che poteva essere e che è stato solo a metà, ma che proprio per questa sua incompiutezza conserva un fascino mitico, quasi leggendario. Oggi, quando si riavvolge il nastro di quegli anni d'oro, il suo volto pulito e lo sguardo fiero di quel ragazzo degli anni Ottanta ritornano in mente come un canto nostalgico, il ricordo di un calcio romantico dove una corsa sulla fascia valeva una promessa d'amore eterno.
mercoledì 20 maggio 2026
Amarcord: Angelo Frappampina
Amarcord: Angelo Frappampina
Amarcord: Francesco Romano
Amarcord: Francesco Romano
Amarcord: Salvatore Bagni
Amarcord: Salvatore Bagni
Amarcord: Luciano Castellini
Amarcord: Luciano Castellini
mercoledì 13 maggio 2026
Amarcord: Verona campione d'Italia 1984-85
Il calcio, a volte, decide di deviare dal copione già scritto e di regalare l'immortalità a chi ha passato una vita intera nell'ombra della provincia. Nel maggio del 1985, l'Italia calcistica ha assistito alla nascita di un miracolo straordinario, un'opera d'arte dipinta con i colori del cielo e del sole, impressa per sempre nella pietra di Verona. Lo scudetto dell'Hellas Verona nella stagione 1984-1985 rimane la pagina più romantica, pura e incredibile della storia del nostro sport, una favola d'altri tempi che ha ribaltato le gerarchie dei grandi imperi industriali del Nord e del Sud.Per capire l'immensità di quell'impresa bisogna respirare l'aria di quegli anni. Quella era l'epoca d'oro del calcio italiano, il campionato più difficile, spietato e affascinante del pianeta. Ogni domenica i campi della Serie A si trasformavano in arene leggendarie dove si sfidavano i più grandi fuoriclasse della storia: Diego Armando Maradona incantava Napoli, Michel Platini guidava la Juventus, Zico illuminava Udine, Sócrates danzava a Firenze e Karl-Heinz Rummenigge trascinava l'Inter. Pensare che in mezzo a costellazioni di tale magnitudo potesse splendere, più luminosa di tutte, la stella di una squadra di provincia era pura follia. Eppure, quella follia si è fatta carne, sudore e trionfo.Al timone di quella ciurma di sognatori c'era Osvaldo Bagnoli, un uomo della periferia milanese, silenzioso, pragmatico, fatto di poche parole ma di una saggezza calcistica sconfinata. Bagnoli non cercava la ribalta dei media, parlava con il lavoro quotidiano e sapeva toccare le corde giuste nell'anima dei suoi ragazzi. Sotto la sua guida, quel Verona non era semplicemente una squadra di calcio, ma un'orchestra sinfonica perfetta, dove ogni elemento conosceva a memoria lo spartito e suonava per il compagno vicino. Non c'erano egoismi, non c'erano primedonne, ma solo un blocco granitico unito da un amore viscerale per la maglia e da una fame di riscatto che superava ogni ostacolo.In campo quel miracolo prendeva forma attraverso volti che sarebbero diventati leggenda. C'era la leadership carismatica di Claudio Garella in porta, un portiere atipico, sgraziato nelle movenze ma straordinariamente efficace, capace di respingere i palloni anche con i piedi e con il corpo pur di difendere la propria rete. La difesa era una fortezza d'altri tempi, guidata dal capitano Roberto Tricella, un libero elegante e intelligente, coadiuvato dalla grinta inesauribile di colossi come Silvano Fontolan e Luciano Marangon. A centrocampo batteva il cuore pulsante della squadra: la corsa infinita di Pietro Fanna, le geometrie precise di Antonio Di Gennaro e il sacrificio di Domenico Volpati, un calciatore-medico che correva per tre.Ma a far compiere il salto di qualità definitivo a quel gruppo furono due innesti stranieri che trovarono a Verona la loro terra promessa. Hans-Peter Briegel, il panzer tedesco, un concentrato di potenza atletica e determinazione d'acciaio, capace di dominare la mediana e di spingersi in avanti a segnare gol pesantissimi. E poi lui, Preben Elkjær Larsen, il vichingo danese, un attaccante travolgente, folle, romantico. Elkjær incarnava lo spirito libero di quel Verona; indimenticabile rimane il suo gol alla Juventus, segnato dopo una cavalcata irresistibile sulla fascia sinistra, privo della scarpa destra, persa in un contrasto, ma spinto dentro solo dalla forza della volontà e dell'orgoglio. Davanti, a raccogliere i frutti di tanto gioco, c'era Giuseppe Galderisi, "Nanu", un attaccante rapido e letale, sempre pronto a graffiare nei momenti decisivi.La cavalcata del Verona fu una marcia trionfale vissuta con il fiato sospeso, domenica dopo domenica, in un crescendo di emozioni che contagiò un'intera città. Verona si scoprì improvvisamente capolista e, invece di farsi schiacciare dalla vertigine dell'altezza, continuò a volare con la leggerezza di chi sa di non aver nulla da perdere e tutto da conquistare. Lo stadio Marcantonio Bentegodi divenne un tempio di passione assoluta, un catino ribollente di cori, bandiere gialle e blu e sogni ad occhi aperti. La vittoria contro la Juventus, il trionfo a San Siro contro il Milan, la resistenza stoica sui campi più difficili della penisola: ogni partita era una battaglia di un'epopea cavalleresca.Il culmine di questo viaggio straordinario arrivò il 12 maggio 1985, sul campo di Bergamo contro l'Atalanta. Bastava un punto per toccare il cielo. Fu una partita tesa, vibrante, dove il cuore batteva forte nel petto di migliaia di tifosi giunti da Verona e di milioni di appassionati che, da casa, tifavano per la vittoria dei più deboli. Il gol del pareggio firmato da Elkjær sancì l'uno a uno definitivo. Al triplice fischio dell'arbitro, il tempo si fermò. Il Verona era Campione d'Italia.Quello che accadde dopo appartiene alla storia del costume e dell'anima di una città. Verona esplose in una festa totale, colorata, commovente. Le strade, le piazze, l'Arena millenaria si tinsero di giallo e di blu in un abbraccio collettivo che cancellava ogni distinzione sociale. Padri e figli piangevano insieme, increduli di fronte a un'impresa che sembrava sfidare le leggi stesse della natura. Era la vittoria della provincia laboriosa, del calcio rurale e autentico, della programmazione e dell'amicizia contro i miliardi e lo strapotere dei club più blasonati.A distanza di decenni, lo scudetto del Verona del 1985 non ha perso un briciolo del suo fascino e della sua poesia. Rimane come un faro di speranza nel calcio moderno, il promemoria eterno che nel gioco del pallone, così come nella vita, il cuore, l'organizzazione e la passione profonda possono ancora sconfiggere i giganti. Gli eroi di quella stagione sono entrati nel mito, e ogni volta che un bambino indossa una maglia giallobù, stringe tra le mani il filo invisibile di quella splendida, indimenticabile follia.
lunedì 11 maggio 2026
Amarcord: Luciano Sola
C'è un’immagine che, più di ogni altra, restituisce il senso profondo della permanenza di Luciano Sola nel cuore pulsante di Napoli. È l’immagine di un gregario silenzioso che corre tra i giganti, un uomo che ha saputo abitare l’ombra con la stessa dignità con cui altri reclamavano la luce. Scrivere di lui significa immergersi in quella Napoli degli anni Ottanta, una città sospesa tra il sogno e la realtà, tra la polvere di un passato difficile e il luccichio dell'oro che Diego Armando Maradona stava spargendo sul prato del San Paolo.
domenica 10 maggio 2026
Amarcord: Luigi Caffarelli
C'era un tempo in cui il calcio non era un’industria globale ma un battito cardiaco collettivo, un’epoca in cui la maglia azzurra del Napoli pesava quanto il piombo e splendeva quanto l’oro. In quel mosaico di leggende che stavano per cambiare la storia, c’era un ragazzo nato a Barra che portava in campo l’anima di una città intera. Luigi Caffarelli non era semplicemente un calciatore; era il soffio di vento che accompagnava l’ascesa del re, l’operaio specializzato che permetteva ai geni di dipingere, il figlio di Napoli che ce l’aveva fatta partendo dal fango dei campi di periferia per arrivare a toccare il cielo sopra il San Paolo. Guardarlo correre sulla fascia era come osservare un atto d’amore ininterrotto verso la propria terra. Aveva quella corsa generosa, mai doma, di chi sa che ogni zolla conquistata è un centimetro di dignità strappato al destino. Non aveva bisogno di fare rumore con le parole perché parlavano i suoi polmoni. Era l’uomo dell’equilibrio, colui che si sobbarcava i chilometri che altri non potevano o non volevano fare, permettendo a Diego di inventare mondi paralleli con il sinistro. Ma ridurre Caffarelli a un semplice gregario sarebbe un peccato mortale contro la memoria storica: Luigi era intelligenza tattica pura, era il senso del posizionamento, era quel gol iconico di testa contro l’Udinese che fece esplodere Fuorigrotta, dimostrando che anche chi non è un gigante può svettare più in alto di tutti se spinto dalla passione.Vivere quegli anni significava sentire il profumo dell’impossibile che diventava realtà. Caffarelli c’era quando il Napoli era una speranza e c’era quando divenne una certezza. Ha vissuto l’attesa febbrile, il rumore dei tacchetti nel tunnel e il boato assordante di ottantamila anime che lo chiamavano per nome. È stato il trait d'union perfetto tra il vivaio e la gloria internazionale, il simbolo di una "napoletanità" che non si piangeva addosso ma che lottava, sudava e vinceva. In ogni suo scatto c’era il riscatto di un popolo, in ogni suo cross c’era la precisione di chi vuole bene ai compagni.Oggi, ripensando a Luigi Caffarelli, ci invade una nostalgia dolce. È la nostalgia per un calcio dai volti puliti, dove l’attaccamento alla maglia non era uno slogan da social network ma una pelle tatuata sull’anima. Lo rivediamo lì, con i riccioli al vento e lo sguardo fiero, mentre alza la Coppa o festeggia lo Scudetto, consapevole di aver messo un mattone fondamentale in quella cattedrale di sogni che fu il Napoli degli anni Ottanta. Un eroe silenzioso, un pezzo di cuore azzurro che non smetterà mai di correre nei nostri ricordi più belli, ricordandoci che per diventare immortali non serve sempre stare sotto la luce dei riflettori, a volte basta essere l'anima instancabile di una meraviglia chiamata squadra.
Amarcord: Sandro Ciotti
C’è un’ora precisa in cui la domenica, per milioni di italiani, smetteva di essere una scansione del calendario e diventava una stanza del...
-
Il Milan chiude la 14a giornata di Serie A con una preziosa vittoria in rimonta per 3-2 contro il Torino , un risultato che permette ai ro...
-
NAPOLI KO La 6a giornata della Champions League complica e non poco le cose per il Napoli, che rischia seriamente di uscire dalle migliori...
-
Finisce 1-1 il Derby emiliano della diciassettesima giornata di Serie A: parità dunque al Dall’Ara tra Bologna e Sassuolo, che si prendono...















