venerdì 1 maggio 2026

Amarcord: Ruben Sosa

 


"La Lazio è stata la squadra che mi ha portato in Italia. Ci sono rimasto quattro anni segnando tantissimi gol. E la Serie A era un torneo molto difficile in quel momento. Tutte le squadre erano forti. L’Inter è stato il club più importante della mia carriera. Ho giocato al Borussia Dortmund, alla Lazio, al Nacional che è la squadra per cui tifo da quando sono bambino. Però all’Inter ho capito che dovevo fare gol per i tifosi. È stato bellissimo. Volevo essere un idolo per la gente e non per un dirigente o un presidente..." - Ruben Sosa.

Sul finire degli anni '80, dopo anni di cadetteria, la Lazio del presidente Calleri è appena stata promossa e il DS Carlo Regalia è alla ricerca di giocatori di spessore in grado di far fare il salto di qualità alla squadra.
Pepe Schiffino, ex gloria rossonera e vero e proprio monumento del calcio uriguaiano, suggerisce il nome di un suo connazionale dalla grande tecnica, dotato di velocità e potenza nel tiro.
Dal Real Saragozza arriva così Ruben Sosa Ardaiz, per tutti 'il Principito'.
Negli anni in cui i più grandi campioni provenienti da ogni latitudine vestivano le casacche dei club italiani, la Serie A scopriva il talento di Ruben Sosa, seconda punta dal fisico minuto e dal mancino al fulmicotone.
Abile nel dribbling e specialista nei calci di punizione, nell'arco della sua permanenza in Serie A si rivelerà una vera e propria garanzia per affidabilità e costanza, mettendo a referto quasi 100 gol tra Lazio e Inter, lasciando un gran ricordo in tutti i suoi tifosi.

Amarcord: Walter Zenga

 


Al Mondiale del' 90, non aveva preso neanche un gol. Zero. Cinque partite e mezzo e 517 minuti di imbattibilità, ancora oggi record imbattuto in una competizione mondiale. Fino a quella serata di Napoli. Fino a quel minuto 67, quando i suoi pugni colpirono l'aria e la chioma bionda di Caniggia impattò la sfera che si infilò in rete. Così, in maniera beffarda, bastarda, svanivano i sogni di gloria delle notti magiche. Quella uscita infelice gli costò tanto: critiche, cattiverie, insulti. E in fondo forse qualcuno per quell'errore non lo ha mai del tutto perdonato. Ma Walter Zenga è stato indubbiamente uno dei portieri più forti al mondo, per alcuni anni il migliore. Campione in campo e personaggio fuori dal terreno di gioco, è stato tifoso, ultrà, bandiera e idolo della curva nerazzurra prima di un amaro addio, non senza polemiche, non senza lacrime. Venduto, quasi cacciato, alla Sampdoria per far spazio a Pagliuca. La stessa Samp contro cui aveva esordito in Serie A e dov'era poi finito Ivano Bordon per lasciargli la maglia numero uno con la scritta Misura. Lo stesso Pagliuca che gli aveva tolto il posto in azzurro e che, adesso, lo avrebbe sostituito anche tra i pali della sua amata Inter.

'Walter Zenga era il bullo di viale Ungheria, il re della Milano boriosa degli anni Ottanta; era la catenina fuori dalla maglietta, da baciare per ostentare un’appartenza; era il ciuffo che cadeva sull’occhio, il sorriso da divo di Cioé, la gomma masticata in faccia al mondo. Coraggioso e presuntuoso, sfrontato e folle. Sempre stato così... A Zenga piaceva stare in porta e aspettare l’avversario. Adorava stare lì, ad aspettare l’assalto. Amava il volo: plastico, morbido, a effetto.' - Beppe di Corrado.
Buon compleanno all'uomo ragno.

Amarcord: Dario Hubner


 "Bomber di provincia? Io vado fiero di questa definizione, che sia di provincia o di una grande squadra, l’importante è essere bomber. Sono arrivato in serie A quando avevo 30 anni ma senza mai compromettere il mio modo di essere. Avrei potuto compiere scelte diverse per la mia carriera, forse avrei dovuto tirarmela un po'; la mia semplicità mi ha condizionato. Ho anteposto la passione, i valori umani a quelli economici. E non me ne pento... I miei unici rimpianti sono il non aver assistito a un concerto dei Queen e non aver mai indossato la maglia della nazionale. Mi sarebbe bastata un’amichevole, mica i Mondiali. Per quelli non chiamarono nemmeno Roby (Baggio). Sapevo che davanti a me c’erano tanti attaccanti più bravi, però una presenza ci avrei tenuto davvero a farla: in fondo cosa sarebbe costato a Trapattoni farmi giocare un minuto?”.

In questo estratto di una lunga intervista concessa per Sky Sport c'è tutto Dario Hubner. Schietto, diretto, centrato sull'obiettivo. Proprio com'era il suo modo di giocare a calcio. Lui che ha segnato più di 300 gol in carriera, dai campi polverosi di serie D fino a quelli più prestigiosi della Serie A. Lui che rappresenta l'emblema del calciatore di provincia, la classe operaia che arriva fino al paradiso, col sudore, l'impegno, la determinazione. Lui che è stato il simbolo di un calcio genuino, sanguigno, pulito. Un calcio che ci piaceva, che ci faceva sognare, emozionare.

Amarcord: Giovanni Galli


 "Al Milan ero il titolare di una squadra infarcita di grandi campioni e fuoriclasse. Spesso prendevo dei senza voto in pagella. Avendo una linea difensiva con giocatori del calibro di Franco Baresi, Tassotti, Maldini, Filippo Galli e Costacurta per gli avversari era molto dura passare. Quella notte nella nebbia di Belgrado, invece, diventai il protagonista ed il ricordo è sempre molto bello pur a distanza di tanti anni”.

Unico portiere italiano insieme a Giuliano Sarti a poter vantare nel proprio palmares la vittoria di due Coppe dei Campioni, alle quali va aggiunto anche il titolo di Campione del Mondo di Spagna 82 (pur senza mai scendere in campo), Giovanni Galli è stato uno dei portieri più affidabili degli anni 80. Cresciuto tra le fila della Fiorentina, al termine del Mondiale dell'86 giocato da titolare, diventa uno dei primi acquisti del nascente Milan di Berlusconi. Dopo quattro stagioni ricche di successi, per via anche di un indigesto dualismo con Pazzagli, lascerà i rossoneri trasferendosi a Napoli.

Amarcord: Ruben Sosa

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