Massimo Filardi non è stato semplicemente un calciatore; è stato una promessa sospesa nel vento di un’epoca calcistica che non c’è più, un frammento di cristallo purissimo rimasto incastrato nel cuore di Napoli e del Napoli. Parlare di lui oggi significa compiere un vero e proprio amarcord dell'anima, un viaggio a ritroso in quegli anni Ottanta dove il calcio profumava di erba bagnata, di fango genuino e di sogni verticali. C’era una poesia grezza e bellissima in quel ragazzo arrivato da Salerno, un difensore elegante ma implacabile che sembrava fatto della stessa materia di cui sono impastate le speranze dei giovani: quell'audacia un po' sfrontata di chi non ha nulla da perdere e tutto da conquistare.
Quando Massimo Filardi indossa la maglia azzurra per la prima volta, l'atmosfera attorno al Vesuvio è già satura di una febbrile elettricità. In città c'è Diego, il baricentro del mondo, l'uomo venuto a riscattare un popolo, e accanto a lui cresce una nidiata di ragazzi pronti a sputare sangue e a correre fino a consumarsi i polmoni. Filardi si impone subito con la forza della sua giovinezza, un terzino moderno in un calcio che stava cambiando pelle, capace di aggredire lo spazio ma anche di francobollarsi all'ala avversaria con una dignità d'altri tempi. La sua corsa sul binario difensivo era fluida, armonica, mossa da una passione viscerale che sugli spalti del San Paolo si percepiva a pelle, un legame immediato, un’empatia istintiva tra la curva e quel ragazzo che giocava con il cuore scoperto. C'è stato un momento in cui il futuro sembrava interamente suo, un'autostrada spalancata verso la gloria, la Nazionale, i trionfi più dolci. Quel Napoli che si avviava a vincere il suo primo storico scudetto lo vedeva tra i protagonisti più amati, un tassello fondamentale di un mosaico perfetto dove la grinta si sposava con la fantasia.
Ma il calcio, come la vita, sa essere di una bellezza straziante e, allo stesso tempo, di una crudeltà che toglie il fiato. Il destino si presentò sotto forma di un crac improvviso, il ginocchio che cede, il dolore che squarcia il silenzio di un allenamento, e improvvisamente quel sogno luminoso subisce una frenata brusca, violenta. Quel maledetto infortunio ai legamenti non fu solo un danno fisico, fu una ferita inferta alla poesia stessa di quella squadra. Filardi rimase a guardare i compagni salire sul tetto d'Italia, visse lo scudetto del 1987 con la gioia nel cuore ma con l'amarezza profonda di chi sa di aver dovuto abbandonare la trincea nel momento cruciale. Eppure, proprio in quel dolore, è uscita la grandezza passionale dell'uomo. Non si è mai sentito un estraneo, non ha mai rivendicato con egoismo il proprio pezzo di gloria, ma è rimasto aggrappato a quei colori con la fedeltà dei puri, amato dalla gente di Napoli proprio per quella sua sfortuna così nobile, così maledettamente meridionale nel suo connubio di talento e fatalità.
Il prosieguo della sua carriera lo ha visto lottare, cadere e rialzarsi, cercare altrove quella continuità che il corpo gli negava, ma l'impronta lasciata all'ombra del Vesuvio è rimasta indelebile, come un tatuaggio invisibile. Massimo Filardi è rimasto per sempre il simbolo di ciò che poteva essere e che è stato solo a metà, ma che proprio per questa sua incompiutezza conserva un fascino mitico, quasi leggendario. Oggi, quando si riavvolge il nastro di quegli anni d'oro, il suo volto pulito e lo sguardo fiero di quel ragazzo degli anni Ottanta ritornano in mente come un canto nostalgico, il ricordo di un calcio romantico dove una corsa sulla fascia valeva una promessa d'amore eterno.

Nessun commento:
Posta un commento