Amarcord: Luca Fusi
C’era un calcio, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, che non aveva bisogno di copertine patinate per essere leggendario. Era un calcio di fango, marcature a uomo, maglie di lana che pesavano il doppio sotto la pioggia e silenzi carichi di dignità. In quel teatro di giganti e fantasisti, Luca Fusi è stato l’essenza stessa dell’equilibrio, l’uomo invisibile senza il quale i sognatori non avrebbero mai potuto spiccare il volo.Non cercatelo nei dribbling da capogiro o nelle esultanze sfrontate sotto la curva. Fusi lo dovevi cercare nel battito cardiaco della partita, lì dove l'azione avversaria nasceva e lui, con la precisione di un chirurgo e la grazia silenziosa di un custode, la spegneva sul nascere. Aveva una corsa geometrica, elegante nella sua apparente semplicità, e un’intelligenza tattica che profumava di saggezza antica.C’è una poesia profonda nella sua avventura a Napoli. Arrivò all'ombra del Vesuvio per dare sostanza a un centrocampo che doveva proteggere ed esaltare il genio assoluto di Diego Armando Maradona. Mentre il mondo intero guardava il fango trasformarsi in oro sotto i piedi del dieci, Luca Fusi era lì, a coprire le spalle, a correre per tre, a recuperare palloni impossibili con il garbo di chi non vuole disturbare. In quella memorabile cavalcata del 1989, culminata con la conquista della Coppa UEFA nella notte di Stoccarda, Fusi fu la cerniera d'acciaio che teneva unito il sogno alla realtà. E l'anno successivo, nell'apoteosi del secondo scudetto azzurro, la sua presenza fu il cemento invisibile di un'opera d'arte destinata all'immortalità. Poi il destino, o forse quella sua stessa natura di nomade silenzioso del centrocampo, lo portò a Torino, sulla sponda granata. Lì, sotto la guida di Emiliano Mondonico, Fusi divenne il capitano e l'anima di una squadra operaia e bellissima. Fu l'architetto di quella notte magica di Amsterdam, nella finale di Coppa UEFA del 1992, dove il Toro si fermò solo davanti alla sfortuna e a tre legni clamorosi, sventolando una sedia al cielo come simbolo di una fiera ribellione. Sollevò la Coppa Italia nel 1993, stringendo al petto un trofeo che per il popolo granata valeva una vita intera. E infine la Juventus, dove visse gli ultimi scorci di una carriera monumentale, aggiungendo un altro scudetto e una Coppa Italia alla sua bacheca, sempre fedele a se stesso, mai una parola fuori posto, mai un accenno di protagonismo. Ricordare Luca Fusi oggi significa provare nostalgia per quel calcio operaio che sapeva essere immensamente poetico. Non ha mai cercato la luce dei riflettori, eppure ha illuminato il gioco di ogni squadra in cui ha militato. È stato il mediano perfetto, il guardiano del faro, l'uomo che puliva i palloni sporchi per riconsegnarli al mondo splendenti e pronti per l'arte. Il suo amarcord non è fatto di urla, ma del rumore sordo di un contrasto pulito, del sudore onesto sulla fronte e del rispetto infinito di compagni e avversari.

Nessun commento:
Posta un commento