mercoledì 27 maggio 2026

Amarcord: Paolo Dal Fiume


 Amarcord: Paolo Dal Fiume

C’è un calcio che non abita più nelle statistiche fredde dei computer o nei riflessi patinati delle televisioni a pagamento, ma vive immobile e lucido nel riflesso di una pozzanghera, sul fango di un campo di provincia dove la domenica profumava di caffè corretto e fumo di sigarette popolari. Evocare il nome di Paolo Dal Fiume significa sollevare una zolla di quella terra antica, far respirare di nuovo un’epoca in cui i calciatori non erano icone distanti ma operai del rettangolo verde, uomini con la fatica dipinta sul volto e il sudore che impregnava maglie di lana pesante, destinate a farsi armature sotto la pioggia battente. Paolo da Giulianova portava dentro di sé il ritmo lento e profondo dell’Adriatico, una sapienza antica fatta di attese e di partenze improvvise, di polmoni larghi che sembravano non esaurirsi mai mentre arava la fascia destra con la flemma e la ferocia dei giusti. Quando arrivò a Perugia, in quell’Umbria di miracoli calcistici e di nebbie fitte che salivano dal Tevere, il suo calcio trovò una consacrazione mistica, diventando il motore silenzioso di una squadra che sfiorò lo scudetto senza perdere mai una sola partita, un’eresia meravigliosa e irripetibile scritta col fuoco dell’anima. Lo vedevi correre con la testa alta e quel fare un po’ dinoccolato, il baricentro basso e la capacità innata di trovarsi sempre dove il pallone esigeva rispetto, un equilibratore di destini che sapeva artigliare la sfera e scaricarla con la precisione di un geometra prestato alla polvere. Poi ci fu l’azzurro di Napoli, un amore viscerale e tempestoso, uno scenario dove il suo moto perpetuo divenne il contrappunto perfetto per la fantasia dei vicoli, il polmone d’acciaio che permetteva ai geni del gol di inventare la bellezza mentre lui, dietro, ripuliva i palloni con la dignità di un artigiano e la forza di un guerriero sannita. C’è una poesia non scritta nei suoi inserimenti senza palla, in quei gol pesanti che arrivavano come sentenze improvvise a squarciare il silenzio delle domeniche d’inverno, quando il San Paolo ruggiva e lui correva sotto la curva con le braccia al cielo, senza l’arroganza dei divi ma con la gioia pura di un ragazzo che ha appena battuto i rivali nel cortile sotto casa. Udine fu un altro capitolo di terra e di cielo, un Friuli operaio e orgoglioso dove Dal Fiume portò l’esperienza dei suoi anni migliori, la saggezza tattica di chi sa leggere i rimbalzi del cuoio prima ancora che tocchi il suolo, diventando il custode di un centrocampo che doveva fare i conti con la verticalità del calcio moderno che avanzava. Non c’erano coreografie studiate nei suoi gesti, non c’erano tatuaggi a raccontare storie finte, ma solo i segni dei tacchetti sulle gambe e lo sguardo fiero di chi non ha mai arretrato di un millimetro, né davanti al fuoriclasse straniero né di fronte al mediano di rottura pronto a spezzargli il fiato. Paolo Dal Fiume appartiene a quel romanzo popolare che è stato il calcio italiano degli anni settanta e ottanta, una sinfonia di spalti gremiti oltre il limite, di radioline incollate all’orecchio e di sogni che duravano lo spazio di novanta minuti, prima di tornare alla vita di sempre con le scarpe infangate e il cuore pieno di una passione pulita. Rivedere oggi una sua corsa, un suo recupero scivolato sulla trequarti, significa compiere un viaggio sentimentale in un tempo in cui il pallone era ancora un gioco di sentimenti forti, di fedeltà alla maglia e di sudore benedetto, una nostalgia canaglia che ci stringe la gola ogni volta che un vecchio album di figurine si apre da solo su quel volto serio, pulito, intramontabile.

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