Amarcord: Antonio Carannante
C’è un odore particolare che si porta addosso chi è nato a Pozzuoli, una mescolanza di zolfo, salsedine e terra vulcanica che non si lava via neanche se ti metti la maglia più bella del mondo. Antonio Carannante quel profumo ce l’aveva nei piedi, in quel sinistro educato e furente che spingeva sulla fascia con la fame di chi sa che a Fuorigrotta non si va a giocare, si va a compiere una missione di popolo. Era il ragazzo del vivaio, quello che quando entrava in campo al San Paolo sentiva il boato non come un applauso, ma come il respiro di sua madre, dei suoi vicini di casa, di un’intera città che lo guardava dalle finestre dei vicoli. Era un calcio polposo, fatto di fango vero, di tacchetti di ferro che scavavano l’erba e di rincorse infinite dietro a ali destre che sembravano furetti. Lo chiamavano il "nuovo Cabrini" quando il vento soffiava a favore, perché aveva quella corsa elegante ma densa, quel modo di crossare che sembrava un invito a nozze per la testa degli attaccanti, una parabola disegnata con il compasso dell'anima. Ma la bellezza di Carannante non stava nelle stimmate del predestinato; stava nella carne viva della sua generosità, nella sfortuna maledetta di quell'infortunio che gli rubò i passi proprio nell'anno dello scudetto più bello, costringendolo a guardare la festa dal ballatoio, con il cuore gonfio e le stampelle a fare da cornice a un trionfo che era suo fin nell'infanzia. Poi c’è quella notte a Stoccarda, una roba che a raccontarla oggi fa venire la pelle d'oca, un frammento di pura epica meridionale dove il destino ti bussa alla porta quando meno te lo aspetti. Si fa male Alemão, l'aria si fa pesante, lo stadio tedesco è una bolgia di cemento e birra, e tocca a lui. Antonio entra con le ginocchia che tremano ma il cuore fermo, si piazza lì in mezzo al campo, morde le caviglie, stringe i denti anche quando il corpo vorrebbe cedere e gioca una partita monumentale, una di quelle prestazioni nascoste che non vanno nei titoli dei giornali ma che i vecchi tifosi si tramandano come i segreti di famiglia. C'era Diego lì di fianco, l’uomo venuto da un altro pianeta, ma per Antonio quel capitano era solo il compagno a cui dare il pallone pulito, l'amico da proteggere dalle mazzate dei difensori europei. La sua è stata una traiettoria umana prima che sportiva, un viaggio tra il mare di Napoli, la provincia operaia di Ascoli e la nebbia romantica di Piacenza, lasciando ovunque il ricordo di un calcio che profumava di pane fresco, dove un terzino sinistro non era un algoritmo di copertura o una statistica di passaggi chiave, ma un polmone aperto che correva per novanta minuti per regalare una domenica di dignità a chi non aveva niente. Antonio Carannante è stato questo: un pezzo di pane azzurro, autentico e spigoloso come la pietra focaia delle sue terre, un gregario con i piedi da artista che ha saputo vincere tutto restando se stesso, con quell'espressione un po’ timida e lo sguardo fiero di chi, dal cortile di casa, è arrivato a toccare il cielo d'Europa senza mai dimenticare il sapore della terra da cui era partito.

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