Amarcord: Giuseppe Bruscolotti
C’era un tempo in cui il calcio non si guardava con i pollici su uno schermo, ma si respirava nei vicoli, si ascoltava alla radio con il cuore in gola e si misurava sui polpacci dei difensori. In quel tempo sospeso, tra la fine degli anni Settanta e l’alba dorata degli anni Ottanta, Napoli non cercava un re: cercava un muro. E quel muro trovò le sembianze, la roccia e l'anima di Giuseppe Bruscolotti da Sassano.Lo chiamavano ’O Palo ’e Fierro, il palo di ferro, e non c’era ironia in quel soprannome, ma una devozione assoluta, quasi religiosa. Se l’avversario saltava l’ala, se la palla superava la linea mediana e l’orizzonte si faceva minaccioso come il cielo sul golfo prima di una tempesta, la gente a Fuorigrotta sapeva che là dietro, all'altezza dell'area di rigore, si sarebbe eretto l’argine. Bruscolotti non danzava sul pallone, non cercava la grazia della finta o l'estetica del ricamo. Il suo calcio era un atto di resistenza civile, una promessa d'amore scritta con i tacchetti sul prato del San Paolo. Sentiva l'attaccante respirargli sul collo e lo cancellava dal campo con un'applicazione feroce, pulita ma spietata, fatta di anticipi che sembravano colpi di scure e di chiusure che strappavano l'applauso più di un gol all'incrocio dei pali.Indossare quella maglia azzurra, per lui, non era un impiego, era un’investitura. In ogni goccia di sudore che rigava il suo volto squadrato c’era la fatica di un popolo intero, la rabbia di una città che voleva riprendersi una dignità troppe volte calpestata dal nord calcistico opulento e vincente. Bruscolotti incarnava la parte più fiera, solida e verace di Napoli: quella che non si arrende, che stringe i denti, che sputa sangue e che, alla fine, non cade. Per sedici anni ha presidiato quella fascia e quell'area come un guardiano del faro, vedendo passare campioni e meteore, allenatori e presidenti, rimanendo sempre l'unico punto fermo, la certezza a cui aggrapparsi nei pomeriggi d'inverno.Poi, un giorno d’estate del 1984, dal cielo di Capodichino discese il Messia. Arrivò Diego, e il destino decise che era ora di smettere di soffrire. Ma per fare spazio alla leggenda, c’era bisogno di un ultimo, immenso atto di nobiltà. Bruscolotti, che della squadra era il capitano indiscusso, il capo tribù, l'uomo dello spogliatoio, andò da Maradona. Non ci furono lunghi discorsi, perché gli uomini di quel calcio si capivano con uno sguardo. Gli tese la fascia. Gli disse, con la voce ferma di chi sa cosa sia il bene supremo, che quel pezzo di stoffa spettava a lui, a patto che portasse Napoli sul tetto d'Italia. Fu il passaggio di consegne più poetico della storia del club: la roccia che si sottometteva al genio, il ferro che si faceva custode dell'oro.

Nessun commento:
Posta un commento