Amarcord: Luciano Castellini
C’è un’immagine che più di tutte racconta Luciano Castellini, ed è un volo sghimbiobo, una traiettoria che sfida le leggi della fisica e del buon senso. Lo chiamavano Giacu, come si fa con i ragazzi di terra piemontese, ma per tutto il resto d'Italia era semplicemente il Giaguaro. Non era un portiere, era un felino prestato al fango delle aree di rigore degli anni settanta e ottanta, un uomo che cuciva la propria solitudine tra i pali con il filo dell'istinto puro.Vederlo giocare significava accettare il brivido dell'imprevisto. Castellini non aspettava il pallone: lo batteva sul tempo, lo aggrediva, lo andava a ghermire lassù dove l’aria si faceva sottile o giù, tra i tacchetti affilati degli attaccanti, senza mai calcolare il rischio. Aveva i baffi folti, lo sguardo vivo di chi ha visto la palla passare mille volte e una maglia nera, o grigia, che sembrava un'armatura da cavaliere operaio. C’era qualcosa di profondamente romantico nella sua sagoma che si stagliava contro il cielo plumbeo di Torino, sponda granata, dove è diventato leggenda, e poi sotto il sole umido di Napoli, dove ha regalato gli ultimi sprazzi di un'eleganza selvaggia.Cresciuto nel Monza, è nel Torino che Castellini trova la sua vera dimensione mitologica. Quel Toro degli anni settanta, guidato da Gigi Radice, era una macchina di foga e poesia, di pressing tremendista e cuori pulsanti. E dietro a tutti, a fare da ultimo baluardo, c’era lui. Nel 1976, l'anno dello storico scudetto arrivato dopo i patimenti del post-Superga, le sue parate non furono semplici interventi tecnici, ma veri e propri atti di fede. Abbandonava la linea di porta con uscite spericolate, volando a pugni chiusi per respingere non solo il pallone, ma anche la paura. Chi c’era al Comunale in quegli anni ricorda il boato della curva ogni volta che il Giaguaro si staccava da terra: un istante di sospensione in cui il tempo si fermava, prima dell'atterraggio pesante sulla terra battuta, con la sfera stretta al petto come un tesoro strappato ai pirati.Poi, quando la parabola granata andò a spegnersi, il destino lo portò all'ombra del Vesuvio. A Napoli, Castellini non arrivò da redivivo, ma da saggio profeta del volo. San Paolo lo adottò subito, riconoscendo in quel portiere acrobatico lo stesso spirito indomito della città. Anche se gli anni avanzavano, i riflessi rimanevano quelli del predatore. Memorabile rimase una sua parata su colpo di testa a colpo sicuro di Inter ed Juventus, miracoli visivi che facevano saltare in piedi i centomila del San Paolo. Pulito, leale, mai sopra le righe fuori dal campo, ma un demonio elettrico non appena scoccava il novantesimo. Ha difeso la porta azzurra fino alle soglie dell'era maradoniana, passando il testimone a una nuova epoca ma lasciando nei cuori napoletani il ricordo di un'insuperabile dignità sportiva.Oggi, ripensare a Luciano Castellini significa fare un viaggio in un calcio che non c'è più, un calcio fatto di numeri dall'uno all'undici, di campi pesanti che profumavano d'erba tagliata e fango, e di portieri che non sapevano cosa significasse giocare il pallone con i piedi, perché il loro unico scopo, la loro unica ossessione, era toccare il cielo con le mani per deviare una minaccia in angolo. Resta la poesia di un uomo che ha saputo essere felino tra gli uomini, custode silenzioso di sogni della domenica, lasciando dietro di sé la scia luminosa dei suoi voli immortali

Nessun commento:
Posta un commento