domenica 24 maggio 2026

Amarcord: Raffaele Di Fusco

 


Amarcord: Raffaele Di Fusco

C’è un’immagine sospesa nel tempo, custodita gelosamente nella memoria collettiva di una città che vive di battiti del cuore prima ancora che di logiche terrene. È un pomeriggio del 1989, ad Ascoli, e il Napoli di Maradona sta lottando su ogni pallone. All’improvviso, un sussulto: Careca si fa male, i cambi sono finiti, la panchina è corta. In quel calcio antico e romantico, dove i numeri andavano dall’uno all’undici e i ruoli erano confini sacri, succede l'impensabile. Un uomo si toglie la tuta, ma non indossa i guanti. Sotto la giacca spunta una maglia azzurra senza numero, personalizzata con un pennarello sul momento, o forse una casacca d’emergenza che profuma di spogliatoio e di destino. Quell’uomo è Raffaele Di Fusco. Di mestiere farebbe il portiere, il guardiano della porta, l'eterno dodicesimo destinato all’ombra. Invece entra in campo come attaccante, corre, lotta, sfiora persino il gol di testa sotto la curva. In quel preciso istante, la sua storia si trasforma in leggenda popolare, uscendo dalle fredde statistiche per entrare nel mito di una Napoli che sapeva improvvisare la bellezza anche nelle difficoltà.Essere il secondo portiere negli anni d’oro del Napoli non era un semplice lavoro, era un esercizio di devozione e di sublime pazienza. Davanti a lui c'erano mostri sacri come Luciano Castellini, il "Giaguaro", o Claudio Garella, l'eroe del primo scudetto che parava con ogni parte del corpo tranne che con le mani, e poi Giovanni Galli, il campione del mondo. Eppure, Di Fusco non ha mai vissuto la panchina come una prigione, ma come un osservatorio privilegiato sulla storia. Nato a Casale di Principe, portava dentro il sangue fiero della sua terra, quel senso di appartenenza che non ha bisogno della ribalta costante per sentirsi vivo. Ogni volta che veniva chiamato in causa, che fosse per un riscaldamento improvviso o per sostituire un titolare espulso, si faceva trovare pronto, con la reattività felina di chi sa che il treno del destino passa una volta sola e non ammette distrazioni.Il San Paolo era il suo tempio laico, un catino bollente dove l'odore dell’erba tagliata si mischiava al fumo dei fumogeni e al boato di ottantamila anime. Raffaele guardava quel prato sapendo che su quelle stesse zolle camminava il Re del calcio, Diego Armando Maradona. Di Fusco è stato uno dei pochissimi eletti a condividere lo spogliatoio con il mito, a respirarne i silenzi prima della tempesta, a ridere delle sue battute e a subire le sue punizioni impossibili durante gli allenamenti settimanali a Soccavo. Chissà quante volte, nel silenzio del centro Paradiso, è volato da un palo all'altro per intercettare traiettorie che sfidavano le leggi della fisica, felice anche solo di aver sfiorato con le dita un pallone calciato dal piede di Dio. C'era una complicità silenziosa in quel gruppo, un'alchimia rara che permetteva anche a chi giocava meno di sentirsi parte integrante di un miracolo che stava cambiando la geografia del calcio italiano.Nelle sue parate, quelle poche ma pesantissime concentrate soprattutto nella stagione 1987/88 quando difese la porta da titolare in diverse occasioni, c’era uno stile pulito, concreto, privo di fronzoli barocchi ma tremendamente efficace. Non cercava il volo plastico per i fotografi; cercava il pallone, cercava la sicurezza da trasmettere ai compagni di reparto, a Ferrara, a Francini, a Renica. La sua era una presenza rassicurante, la dimostrazione vivente che l'affidabilità vale più dell’effimera celebrità di una domenica sera. Ha vinto due scudetti, una Coppa UEFA, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana, trofei che brillano nel suo palmarès come medaglie al valore di un soldato fedele che non ha mai tradito la causa, nemmeno per un secondo.La parabola di Di Fusco a Napoli è l'essenza stessa dell'amarcord calcistico: il ricordo di un calcio che non c'è più, fatto di borse di cuoio, spugne miracolose intrise d'acqua gelida e domeniche vissute alla radio. Quando oggi si pensa a lui, non si pensa ai gol subiti o alle partite seduto in panchina con la giacca a vento d'inverno. Si pensa a quell'abbraccio collettivo della squadra, a quel sorriso pulito di un ragazzo del Sud che ha coronato il sogno di difendere i colori della propria terra. È la poesia del comprimario che si fa eroe, la ballata nostalgica di un portiere che per un giorno dimenticò le sue mani per usare il cuore, lasciando un'impronta indelebile nel grande romanzo d'amore tra Napoli e il suo pallone.

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