C’è un mezzogiorno eterno sospeso sopra l’erba dell’Olimpico, un frammento d’estate degli anni Ottanta che non vuole saperne di sbiadire, dove il tempo ha smesso di scorrere per farsi semplicemente epopea. Ricordare Paulo Roberto Falcao non è soltanto rispolverare un album di vecchie figurine o sfogliare la cronaca di uno scudetto atteso per decenni; significa evocare una divinità laica che ha camminato tra gli uomini insegnando loro che il calcio poteva essere una forma d’arte, un’estensione dell’anima, un atto d’amore assoluto e rivoluzionario. Quando arrivò in una Roma ancora provinciale e ferita, racchiusa nelle sue malinconie rionali, nessuno poteva immaginare che quel ragazzo biondo, dai riccioli d'oro e dallo sguardo fiero di un principe antico, avrebbe ridisegnato i confini del possibile. Non correva, Falcao: fluttuava sul fango e sulla polvere con l’eleganza aristocratica di un ballerino di danza classica prestato al fomento della curva, accarezzando il pallone come si accarezza il volto della donna amata, con una delicatezza che nascondeva una forza concettuale devastante. Il suo non era un semplice giocare al calcio, era un governare la geometria dei sentimenti, un dirigere l'orchestra invisibile del destino giallorosso con la testa sempre alta, lo sguardo rivolto al futuro e quel petto in fuori che sembrava sfidare il vento e le ingiustizie della storia. Ogni suo passaggio era un ricamo di pura luce, ogni sua finta un poema d’inganno teatrale, un invito a sognare per un intero popolo che aveva dimenticato come si fa; si caricava sulle spalle la squadra, la città e le sue speranze, trasformando la paura in coraggio e la rassegnazione in trionfo. Come dimenticare il brivido elettrico di quel gol al Colonia, o l'urlo liberatorio e primordiale che squarciò il cielo di Pisa, quando la certezza del tricolore divenne finalmente carne, lacrime e festa pagana nelle strade di una capitale impazzita di gioia? In quell'istante Falcao divenne per sempre l'Ottavo Re, una figura mitologica capace di unire il misticismo profondo del Brasile alla profana e viscerale passione romana, un ponte ideale gettato tra le spiagge di Porto Alegre e i vicoli di Trastevere. Anche oggi, se si chiudono gli occhi e si ascolta il silenzio del ponentino che accarezza i marmi dello stadio, sembra ancora di vederlo lì, al cerchio di centrocampo, mentre indica la via ai compagni con la maestà di un condottiero e la grazia di un poeta, eterno custode di una giovinezza perduta ma mai dimenticata, simbolo immortale di un calcio romantico che profumava di miracolo, di riscatto e di eterna, struggente bellezza.
sabato 25 luglio 2026
Amarcord: Paulo Roberto Falcao
C’è un mezzogiorno eterno sospeso sopra l’erba dell’Olimpico, un frammento d’estate degli anni Ottanta che non vuole saperne di sbiadire, dove il tempo ha smesso di scorrere per farsi semplicemente epopea. Ricordare Paulo Roberto Falcao non è soltanto rispolverare un album di vecchie figurine o sfogliare la cronaca di uno scudetto atteso per decenni; significa evocare una divinità laica che ha camminato tra gli uomini insegnando loro che il calcio poteva essere una forma d’arte, un’estensione dell’anima, un atto d’amore assoluto e rivoluzionario. Quando arrivò in una Roma ancora provinciale e ferita, racchiusa nelle sue malinconie rionali, nessuno poteva immaginare che quel ragazzo biondo, dai riccioli d'oro e dallo sguardo fiero di un principe antico, avrebbe ridisegnato i confini del possibile. Non correva, Falcao: fluttuava sul fango e sulla polvere con l’eleganza aristocratica di un ballerino di danza classica prestato al fomento della curva, accarezzando il pallone come si accarezza il volto della donna amata, con una delicatezza che nascondeva una forza concettuale devastante. Il suo non era un semplice giocare al calcio, era un governare la geometria dei sentimenti, un dirigere l'orchestra invisibile del destino giallorosso con la testa sempre alta, lo sguardo rivolto al futuro e quel petto in fuori che sembrava sfidare il vento e le ingiustizie della storia. Ogni suo passaggio era un ricamo di pura luce, ogni sua finta un poema d’inganno teatrale, un invito a sognare per un intero popolo che aveva dimenticato come si fa; si caricava sulle spalle la squadra, la città e le sue speranze, trasformando la paura in coraggio e la rassegnazione in trionfo. Come dimenticare il brivido elettrico di quel gol al Colonia, o l'urlo liberatorio e primordiale che squarciò il cielo di Pisa, quando la certezza del tricolore divenne finalmente carne, lacrime e festa pagana nelle strade di una capitale impazzita di gioia? In quell'istante Falcao divenne per sempre l'Ottavo Re, una figura mitologica capace di unire il misticismo profondo del Brasile alla profana e viscerale passione romana, un ponte ideale gettato tra le spiagge di Porto Alegre e i vicoli di Trastevere. Anche oggi, se si chiudono gli occhi e si ascolta il silenzio del ponentino che accarezza i marmi dello stadio, sembra ancora di vederlo lì, al cerchio di centrocampo, mentre indica la via ai compagni con la maestà di un condottiero e la grazia di un poeta, eterno custode di una giovinezza perduta ma mai dimenticata, simbolo immortale di un calcio romantico che profumava di miracolo, di riscatto e di eterna, struggente bellezza.
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