venerdì 24 luglio 2026

Amarcord: Gianfranco Matteoli

 


Gianfranco Matteoli non giocava a calcio: lo sussurrava. C’è stato un tempo, sospeso tra la fine degli anni Ottanta e l'alba dei Novanta, in cui il pallone non viaggiava alla velocità isterica dei muscoli e della TV satellitare, ma seguiva il ritmo cardiaco di geometri prestati alla poesia. Matteoli era il compasso silenzioso di quel mondo. Sardo di Ovodda, portava in campo la fierezza taciturna e la saggezza millenaria della sua terra, traducendola in passaggi millimetrici che tagliavano l'erba come lame di luce. Quando indossava la maglia dell'Inter dei Record di Giovanni Trapattoni, con quel numero dieci che pesava come un altare monumentale, lui lo faceva sembrare leggero come una piuma al vento. Non aveva la potenza devastante di Matthäus o la falcata regale di Brehme, eppure era lui il centro di gravità permanente di quella macchina perfetta: il custode del tempo, l’uomo che decideva quando la sinfonia doveva accelerare e quando doveva adagiarsi in un adagio malinconico. Il suo capolavoro immateriale era il controllo orientato, un gesto che oggi sembra smarrito, col quale accarezzava la sfera di interno destro e, in un unico movimento fluido, escludeva il marcatore diretto aprendo praterie invisibili agli occhi dei mortali. E poi c'era quel gol a San Siro contro il Cesena, dopo appena nove secondi e nove decimi: una saetta improvvisa che spezzò il respiro del campionato, un record che per anni è rimasto scolpito nella roccia del tempo a dimostrare che anche i pensatori sanno essere fulminei. Ma l’Amarcord più autentico, quello che stringe il cuore di nostalgia, si colora della nostalgia del rossoblù del suo Cagliari, dove tornò per amore, per chiudere un cerchio perfetto, portando l'isola a camminare a testa alta persino in Europa, accarezzando il sogno di una Coppa UEFA che profumava di mirto e di riscatto. Rivederlo correre oggi, nei filmati sgranati di una televisione che non c'è più, con i calzettoni leggermente abbassati e lo sguardo sempre rivolto tre secondi avanti rispetto al resto del mondo, fa male e fa bene insieme. Ci ricorda che il calcio è stato un’arte geometrica e romantica, un gioco dove la mente dominava la materia e dove un sardo silenzioso, con la grazia aristocratica dei giusti, poteva diventare il regista assoluto dei nostri sogni più belli.

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