Gianfranco Zola è stato una meravigliosa anomalia del nostro calcio, un artista tascabile che dipingeva traiettorie impossibili con il pennello racchiuso nel suo piede destro, un'epopea romantica iniziata tra i polverosi campi della Sardegna e consacrata sotto il cielo plumbeo di Londra. Vederlo giocare significava riconciliarsi con la bellezza pura del gioco, un moto perpetuo di finte, baricentro basso e accelerate improvvise che lasciavano i difensori a rincorrere l'ombra di un gigante alto un metro e sessantotto centimetri. A Napoli ha raccolto l'eredità più pesante del mondo, quella maglia numero dieci lasciata da Diego Armando Maradona, studiando le punizioni del Re e rubandone i segreti con l'umiltà dei grandi, prima di trasformarsi nel fulcro di quel Parma spettacolare che dettava legge in Europa a suon di assist e sorrisi puliti. Ma è oltremanica, sulla sponda Blues del Tamigi, che il ragazzo di Oliena è diventato leggenda, ribattezzato "Magic Box" da un popolo che non aveva mai visto tanta grazia combinata con una ferocia agonistica così leale. Con la maglia del Chelsea ha ridefinito i confini del calcio inglese, insegnando ai maestri d'oltremanica che si poteva dominare la Premier League non con la forza fisica, ma con la poesia di un colpo di tacco al volo contro di Norwich o con una punizione telecomandata sotto l'incrocio dei pali. Zola era la gioia fatta calciatore, l'antidoto al calcio moderno muscolare e cinico, un campione capace di farsi amare trasversalmente da alleati e rivali perché la sua grandezza risiedeva tanto nella genialità dei suoi piedi quanto nella nobiltà d'animo della sua stretta di mano. Quando ha deciso di chiudere il cerchio riportando il suo Cagliari in Serie A, lo ha fatto per amore della sua terra, rinunciando ai petrodollari e ai riflettori dorati per regalare gli ultimi sprazzi di magia al suo popolo, lasciandoci impressa nella memoria l'immagine eterna di un eterno ragazzo che accarezzava il pallone come se fosse il bene più prezioso al mondo.

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