Amarcord: Roberto Baggio
Roberto Baggio non è stato soltanto un calciatore, ma un’epifania dello spirito applicata al fango e all'erba degli stadi del mondo. Rievocare il suo cammino significa sfogliare un album di nostalgia purissima, un amarcord intessuto di seta e di fango, dove il brivido della bellezza si è sempre fuso con il peso della solitudine. C’è una poesia struggente nel ricordo di quel codino che danzava sfidando le leggi della fisica e la ferocia dei difensori, un'icona buddista prestata a un Paese che cercava la redenzione domenicale nei suoi piedi di porcellana. Lo rivediamo dipingere capolavori a Firenze, con la Fiesole ai suoi piedi, per poi raccogliere il testimone della grandezza a Torino, sponda Juventus, dove ha sollevato il Pallone d’Oro con la grazia innata dei re riluttanti. E ancora la Scala del Calcio con il Milan, le magie interiste, l'incredibile rinascita a Bologna e quell'ultimo, commovente valzer a Brescia, dove ha dimostrato che il genio non invecchia, semmai si purifica. Eppure, la sua leggenda non si nutre solo di trionfi, ma vive soprattutto nel contrasto drammatico dei suoi patimenti: i legamenti del ginocchio frantumati a diciotto anni e ricostruiti con duecentoventi punti di sutura, un dolore cronico che lo ha accompagnato a ogni passo, trasformando ogni sua finta in un miracolo di pura forza di volontà. E poi, inevitabilmente, l'ombra di quel pomeriggio rovente a Pasadena nel 1994, quel rigore alto nel cielo della California che lo ha visto rimanere immobile, a testa china, mentre il mondo gli crollava intorno; un'immagine cristologica in cui un intero popolo si è scoperto fragile insieme a lui, amandolo ancora di più per quella sua ferita aperta. Roberto Baggio ha unito un'Italia divisa dai campanili, facendosi voler bene persino dai rivali più accaniti perché la sua classe apparteneva al patrimonio dell'arte, non alla contesa del tifo. Oggi che il calcio è diventato un algoritmo muscolare e frenetico, il ricordo di Baggio brilla come un faro di romanticismo assoluto: l'archetipo del numero dieci malinconico e immenso, un uomo che ha accarezzato il pallone come se fosse un pensiero felice, lasciandoci orfani di una bellezza che non tornerà mai più.

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