lunedì 11 maggio 2026

Amarcord: Luciano Sola

 


C'è un’immagine che, più di ogni altra, restituisce il senso profondo della permanenza di Luciano Sola nel cuore pulsante di Napoli. È l’immagine di un gregario silenzioso che corre tra i giganti, un uomo che ha saputo abitare l’ombra con la stessa dignità con cui altri reclamavano la luce. Scrivere di lui significa immergersi in quella Napoli degli anni Ottanta, una città sospesa tra il sogno e la realtà, tra la polvere di un passato difficile e il luccichio dell'oro che Diego Armando Maradona stava spargendo sul prato del San Paolo.

Luciano Sola non era il fuoriclasse dal tocco vellutato, non era l’idolo delle copertine patinate, ma era il polmone pulsante di una squadra che stava imparando a vincere. Arrivato dal Bari con l'etichetta del faticatore di centrocampo, Sola portava con sé quell'umiltà laboriosa tipica di chi sa che ogni centimetro di campo va guadagnato con il sudore. In quel Napoli che profumava di rivoluzione, lui era il custode degli equilibri, colui che correva per tre affinché il Dieci potesse inventare l'impossibile.
Il 1987 resta l’anno del destino, il momento in cui la storia ha deciso di voltarsi a guardare Napoli. Sola era lì, un tassello fondamentale in quel mosaico perfetto assemblato da Ottavio Bianchi. Non era una comparsa; era l'uomo delle missioni delicate, quello a cui affidare il compito di ringhiare sulle caviglie dell'avversario più pericoloso. Vederlo giocare era come osservare un artigiano al lavoro: preciso, costante, infaticabile. Mentre lo stadio esplodeva per una punizione di Diego o una galoppata di Giordano, c’erano occhi attenti che coglievano la bellezza di un suo recupero difensivo, di una diagonale fatta con i tempi giusti, di un appoggio semplice ma vitale.
C’è un romanticismo antico nel suo modo di intendere il calcio. Luciano Sola rappresentava l'affidabilità. In un’epoca in cui il calcio stava iniziando a diventare spettacolo scintillante, lui restava ancorato ai valori del sacrificio. I tifosi lo amavano perché in lui vedevano lo specchio della loro stessa fatica quotidiana: la capacità di soffrire senza lamentarsi, di lottare contro i pregiudizi e di arrivare, finalmente, sul tetto d'Italia. Il primo Scudetto e la Coppa Italia del 1987 portano anche la sua firma, scritta in piccolo ma con un inchiostro indelebile.
Vivere quegli anni a Napoli significava respirare un’elettricità costante. Sola ha saputo gestire quella pressione con una serenità d’altri tempi. Non ha mai cercato il protagonismo forzato; gli bastava sapere di aver dato tutto. Quando oggi si rievocano quei nomi – Bagni, De Napoli, Ferrario, Renica – il nome di Luciano Sola emerge come un accordo necessario in una sinfonia meravigliosa. È stato il mediano del popolo, l'uomo che ha permesso alla fantasia di volare tenendo i piedi ben piantati nel fango della battaglia.
Ricordarlo oggi significa onorare un calcio che forse non esiste più, fatto di appartenenza e di silenzi operosi. Luciano Sola è stato un pezzo di cuore di una Napoli che scopriva la propria grandezza. Ogni volta che un tifoso azzurro chiude gli occhi e ripensa alla festa del maggio '87, tra i volti rigati di lacrime e i sorrisi increduli, c'è anche il suo: quello di un ragazzo arrivato dalla provincia che, con la maglia azzurra cucita addosso, è diventato eterno nella memoria di una città che non dimentica mai i suoi guerrieri gentili.

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