mercoledì 6 maggio 2026

Amarcord: Bruno Giordano

 


Bruno Giordano non è stato solo un centravanti; è stato il respiro di una città, il battito accelerato di un Olimpico che, quando vedeva quel numero nove danzare sul pallone, sapeva che la bellezza stava per compiersi. Scrivere di lui significa sfogliare un album di fotografie ingiallite dal tempo ma vivissime nel cuore, dove l’odore dell’erba tagliata si mischia a quello della nostalgia.


Era il ragazzo di Trastevere che aveva imparato a trattare il pallone con la stessa confidenza con cui si parla a un vecchio amico. C’era una nobiltà innata nei suoi movimenti: non correva, scivolava. Non calciava, dipingeva traiettorie che sfidavano la fisica. Vedere Bruno Giordano in campo era come assistere a una lezione di eleganza applicata al fango e ai tacchetti. Aveva la sfrontatezza del fuoriclasse e la timidezza di chi, nonostante la gloria, non ha mai dimenticato da dove veniva.


Nella Lazio è stato il figlio prediletto, l'erede di Chinaglia che però non aveva bisogno di gridare per farsi valere. Gli bastava un controllo orientato, una finta di corpo che mandava al bar i difensori più arcigni dell'epoca, quelli che "o passa la palla o passa l'uomo". Con lui passava solo il sogno. I suoi gol erano perle incastonate nella memoria: il tiro al volo, la palombella morbida, quella capacità di colpire di testa elevandosi più in alto di tutti, come se per un istante le leggi della gravità non lo riguardassero.


Poi venne l'amore maturo, quello vissuto sotto il Vesuvio. A Napoli Bruno trovò la sua anima gemella calcistica in Diego Armando Maradona. Vederli giocare insieme era pura poesia erotica per chi ama il calcio. Si cercavano a occhi chiusi, si scambiavano il pallone come se fosse un segreto prezioso che solo loro potevano custodire. Diego lo definì il più grande calciatore italiano con cui avesse mai giocato, e non era un complimento di circostanza. Era il riconoscimento di una fratellanza tecnica che portò il primo, storico scudetto in una città che ne aveva fame da secoli. Giordano in quel Napoli era il collante, l'intelligenza tattica, l'uomo dell'ultimo passaggio e della zampata decisiva.

Ma l’amarcord di Giordano è fatto anche di cadute e risalite, di infortuni che ne hanno frenato la corsa ma mai intaccato il mito. Perché Bruno è rimasto nell'immaginario collettivo come l'ultimo dei romantici, un attaccante che profumava di un calcio che non c'è più. Un calcio dove la tecnica valeva più dei muscoli e dove un tunnel fatto bene valeva quanto un gol.

Oggi, ripensando a lui, ci torna in mente quel sorriso un po' malinconico e quella chioma al vento. Ci manca quel modo di interpretare il ruolo di centravanti con la grazia di un trequartista. Bruno Giordano è stato il nostro vanto, il racconto che facciamo ai più giovani per spiegare cosa significasse davvero "sentire" il pallone. Un amore lungo una carriera, una passione che non si spegne, perché finché ci sarà qualcuno che proverà a calciare di collo pieno cercando l'incrocio dei pali, l'ombra di Bruno sarà lì, a fargli l'occhiolino.

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