Amarcord: Aldo Serena
C’era un modo antico, quasi epico e primordiale, di abitare l'area di rigore, un'arte ruvida e nobile fatta di gomiti alti, polmoni pronti a scoppiare, tempismo assoluto e quel volo leggero, quasi irreale, che trasformava un cross sospeso nel vento in un tracciato di pura gloria. Aldo Serena è stato l'attaccante del destino, un viandante del gol che ha saputo cucirsi addosso i colori di una Milano divisa dai Navigli e di una Torino da sempre in guerra di religione calcistica, senza mai tradire la sua natura più profonda di centravanti totale, generoso fino al sacrificio e implacabile davanti alla porta. Quando staccava da terra, sorretto da una forza invisibile che sembrava sconfiggere la gravità, il tempo si fermava per un istante infinito sopra lo stadio. Le sue braccia si allargavano come ali per proteggere il pallone dall'impatto ruvido dei difensori vecchio stampo, mentre la fronte incontrava il cuoio con la precisione chirurgica di un colpo di scalpello, indirizzando la sfera laddove i portieri potevano solo distendersi, guardare e infine disperarsi. C'è una bellezza struggente e quasi romanzesca nella sua traiettoria professionale, capace di infiammare la Milano nerazzurra nell'anno irripetibile dei record sotto lo sguardo severo e protettivo di Giovanni Trapattoni, per poi regalare scampoli di aristocratica concretezza sull'altra sponda del Naviglio con la maglia del Milan, e ancora prima lasciare un segno indelebile nel freddo sabaudo di una Juventus operaia e spietata o nell'orgoglio indomito del Torino granata. Eppure, il calcio sa essere un dio distratto e crudele, che scrive poesie bellissime per poi macchiarle di lacrime improvvise e feroci in una notte magica e maledetta di inizio estate. Quel rigore fatale a Italia '90, con lo sguardo smarrito rivolto al cielo di Napoli, il pallone respinto da Goycochea e le mani strette nei capelli corti, resta un fermo immagine impresso a fuoco nella memoria collettiva di una nazione intera, un frammento di dolore sportivo puro che tuttavia non ha scalfito la grandezza del suo mito, ma lo ha reso, se possibile, ancora più umano e vicino a noi. Aldo Serena non è stato semplicemente un collezionista seriale di scudetti unici e di gol pesanti come macigni nelle sfide che valevano una stagione, ma il simbolo vivente di un calcio profondamente romantico, un'epoca in cui l'attaccante centrale era un guerriero solitario ed eroico, un ariete d'altri tempi che accettava la battaglia fisica, si lanciava nel fango delle aree di rigore e sfidava le tempeste dei fischi avversari pur di trasformare un assist apparentemente impossibile nel ruggito più bello del mondo, lasciando un'eredità di passione che ancora oggi fa battere il cuore di chi ama questo gioco.

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