C’era un silenzio operoso, quasi timido, nel modo in cui Moreno Ferrario abitava l’area di rigore. Mentre il mondo guardava i riccioli d’oro di Diego o la ferocia dei centravanti di quegli anni Ottanta, lui restava lì, ultimo baluardo di una dignità silenziosa, con la schiena dritta e l’eleganza naturale di chi non ha bisogno di urlare per farsi rispettare.
Moreno non era un difensore di quelli che cercavano la rissa; era un esteta della chiusura, un architetto del tempismo. Lo vedevi scivolare sull'erba del San Paolo con una precisione chirurgica, togliendo il pallone all’avversario come se gli stesse sfilando un peso dalle tasche, senza quasi spettinarsi. C’era una sorta di amorevole dedizione nel suo modo di marcare: non un assalto, ma un abbraccio d’acciaio che non lasciava scampo.
Undici anni di vita cuciti addosso a una maglia che allora pesava quintali. Ha vissuto la polvere e le domeniche amare, portando la croce quando il Napoli era un gigante ferito che cercava di rialzarsi. Poi, finalmente, la luce. Quel tricolore del 1987 non è stato solo un trofeo, ma il coronamento di una fedeltà rara, quasi d'altri tempi. È stato il giusto premio per l'uomo che ha saputo aspettare la bellezza senza mai tradire l'impegno.Ancora oggi, a chiudere gli occhi, lo si rivede correre verso la curva, con quel volto pulito da bravo ragazzo che aveva appena finito di proteggere la nostra casa. Ferrario è stato il battito regolare del cuore azzurro: meno appariscente dei fuochi d'artificio, ma essenziale come il respiro. Un pezzo di pane e di storia che Napoli custodisce gelosamente, come si fa con i ricordi più cari, quelli che non hanno bisogno di troppe parole perché profumano ancora di cuoio, sudore e gloria.

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