Amarcord: Claudio Vinazzani
C’era un calcio che non chiedeva il permesso ai computer, un calcio cucito a mano con il filo grezzo della fatica, e in quel calcio camminava Claudio Vinazzani. Non correva soltanto: arava il vento. Immaginalo come un marinaio di terraferma lanciato nel labirinto del San Paolo, un gigante silenzioso venuto dal mare di Carrara per ormeggiare il cuore nel golfo più instabile del mondo. Non aveva la grazia effimera dei poeti da salotto, ma possedeva la poesia assoluta e furente dei motori accesi nella notte, la bellezza geometrica di chi recupera un pallone impossibile e lo trasforma in un pezzo di pane per i compagni.Quando Vinazzani calpestava l'erba di Fuorigrotta, il fumo delle sigarette sugli spalti sembrava fermarsi a guardare. Era l’epoca in cui la maglia azzurra pesava come un’armatura di piombo, eppure lui la faceva fluttuare con una dignità d'altri tempi, come una vela tesa nella tempesta. Non cercava la copertina, cercava l'anima del gioco. In un Napoli che oscillava tra il sogno e la polvere, Claudio era la certezza, il battito cardiaco regolare dentro una città che viveva di aritmie emotive. C’era qualcosa di profondamente surreale in quel suo modo di essere ovunque, un’ubiquità mistica che faceva pensare che i Vinazzani in campo fossero due, o forse tre, tutti con lo sguardo fiero e i polmoni gonfi di scirocco. I suoi tackle non erano semplici interventi difensivi; erano dichiarazioni d'amore, atti di resistenza poetica contro la gravità e contro gli avversari che tentavano di violare il tempio.La sua grandezza stava proprio in questo: nell’essere immenso senza mai fare rumore, un pilastro invisibile eppure monumentale su cui una città intera poggiava le proprie speranze domenicali. Chi lo ha visto giocare ricorda una luce strana che lo seguiva, la luce di chi non gioca per la gloria effimera dei titoli di giornale, ma per onorare il sudore e la terra. Vinazzani era il custode delle chiavi del centrocampo, l'uomo che sussurrava al pallone quando la partita diventava una rissa di nervi e fango. Ha lasciato un’impronta invisibile e per questo eterna, un amarcord che profuma di caffè sul fuoco, domeniche alla radio e un calcio romantico che non tornerà più, ma che continua a vivere ogni volta che qualcuno, guardando il cerchio di centrocampo, vede ancora l'ombra magnifica di quel numero sei che correva contro il tempo

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